Primo de Rivera, il nazionalismo spagnolo e la scuola catalana

Primo de Rivera, il nazionalismo spagnolo e la scuola catalana.

 

 

Marc PonsElNacional.cat –  19 dicembre 2021.

 

 

Madrid, 27 ottobre 1923. 98 anni fa. Sono trascorsi cinquanta giorni dal colpo di stato militare del maggior generale Primo de Rivera (con il sostegno assai entusiasta del re Alfonso XIII), e il nuovo potere ha iniziato la demolizione della “Mancomunitat”, l’istituzione creata nel 1914 con l’obiettivo di ripristinare l’autogoverno catalano liquidato nel sangue e nel fuoco nel 1714. Durante il periodo di governo della “Mancomunitat” (1914-1923); la lingua catalana fece grandi progressi. Una cosa è certa, i diversi governi spagnoli non ripristinarono mai l’ufficialità del catalano così come voleva la società catalana; così la “Mancomunitat”  fece della lingua la loro potente e innovativa rete educativa. Il 27 ottobre  1923, il nuovo governo spagnolo sorto dal colpo di stato armato di Primo de Rivera, poneva fine alla primavera catalana con un decreto che vietava l’uso del catalano nelle scuole.

 

Alfonso XIII e Primo de Rivera. Fonte: Archivio ElNacional.cat

 

Dove e come fu ripristinato il catalano?

Con limitate risorse finanziarie, ma con una straordinaria capacità gestionale, la “Mancomunitat” aveva creato una rete di istruzione che mirava a portare il Paese verso la modernità. In quella rete formato da scuole primarie, secondarie, professionali, tecniche e universitarie il catalano era stato elevato alla categoria della lingua di insegnamento. Questo fatto era di straordinaria importanza perché, se è vero che, in quei due secoli (1714-1914), il catalano è sempre stata la lingua dei giochi da cortile e delle conversazioni informali in qualsiasi area della scuola, era anche vero che l’insegnamento fu dato in modo ostentato ed esclusivamente in castigliano, con lo scopo molto chiaro di creare, promuovere e consolidare una equazione perversa che associasse il catalano all’incultura e al provincialismo.

 

Da dove viene quell’equazione o asse perverso?

L’imposizione del castigliano nella scuola catalana ha una lunga storia che risale all’occupazione borbonica della Catalogna (1707-1714), l’anno 1712, nel pieno del conflitto per la successione, Felipe V, aveva già dato istruzioni ai suoi “ispettori” nelle zone occupate che dicevano  “Pondrá el mayor cuydado en introducir la lengua castellana, a cuyo fin dará las providencias más templadas y disimuladas para que se consiga el efecto sin que se note el cuydado” (Porrà la massima cura nell’introdurre la lingua castigliana, a tal  fine prenderà le misure più temperate e travestite affinché l’effetto si ottenga senza che la cura sia notata). Inutile dire che quelle istruzioni coprivano completamente il sistema scolastico catalano dell’epoca e che quelle politiche, lungi dallo scomparire, si intensificarono per tutto il Settecento. La “ Real Cédula” del 1768 – ad esempio – promulgata da Carlo III, vietava tassativamente l’uso del catalano in qualsiasi ambito della vita scolastica, con il logorato argomento dell’illuminismo ( da quel pittoresco illuminismo spagnolo dominato dall’Inquisizione) che lo spagnolo era la lingua della cultura e del progresso.

Scuole primarie, professionali e tecniche della “Mancomunitat”. Fonte: Mancomunitat de Catalunya

 

Cosa significava veramente quest’equazione perversa?

La vera persecuzione contro la presenza del catalano nella scuola avvenne nel corso del XIX secolo. Dal 1833 i governi liberali spagnoli (di chiara ispirazione giacobina), e che novità, furono loro a fabbricare la prima idea di “patria spagnola” e saranno loro quelli che promulgheranno più leggi contro l’uso del catalano nella scuola. E, progressivamente, l’equazione perversa “catalano=analfabeta” passera in secondo piano, sostituita da un’equazione ancora più perversa e soprattutto più minacciosa: “suddito spagnolo=lingua spagnola”. Era nato il nazionalismo spagnolo moderno e la persecuzione contro le lingue non castigliane (presentate come la peggiore minaccia all’unità, al progresso e alla grandezza della patria spagnola); diventerà uno degli assi principali di quella nuova ideologia del potere.

 

Primo de Rivera e il nazionalismo spagnolo

Il generale Primo de Rivera non era un liberale. Nemmeno conservatore. Era semplicemente un nazionalista spagnolo. E da buon nazionalista spagnolo aveva una curiosa idea della lingua e della cultura catalane  che spesso limitava e contestualizzava alle manifestazioni folcloristiche e poco più.  E qui sorge una domanda importante: se Primo de Rivera non era un liberale, com’è arrivato alla dottrina nazionalista spagnola? E la risposta non è meno rilevante: dopo la sconfitta spagnola nella guerra di Cuba (1898), il nazionalismo spagnolo – inizialmente patrimonio del mondo liberale – si era diffuso come un’ombra sinistra su tutti i livelli del malconcio potere di Madrid, fino a diventare un’idea trasversale che aveva fatto proseliti, soprattutto tra i militari.

 

Primo de Rivera e la lingua catalana

Dopo un quarto di secolo dalla guerra di Cuba, la vitalità e la trasversalità del nazionalismo spagnolo, apertamente contrario –per le ragioni esposte- all’uso del catalano nelle aule, lo troviamo negli stessi argomenti che hanno tentato di giustificare il golpe di Primo de Rivera e, non dimentichiamolo, del re Alfonso XIII. Il “Manifiesto” del 13 settembre 1923   (la vigilia del golpe) recita che il pronunciamento militare – nazionalista spagnolo – vuole porre fine alla “palese propaganda separatista” che viene diffusa, tra l’altro, dalla rete scolastica della “Mancomunitat”. E il 18 settembre 1923, quando il colpo di stato ha avuto pieno successo, il Direttorio Militare, nazionalista spagnolo, decreta che si perseguirà e punirà severamente –codice militare alla mano- “la diffusione delle idee separatiste per mezzo dell’insegnamento” e, di conseguenza, l’uso del catalano nelle scuole catalane sarà completamente proibito.

 

Barrera Luyando, Milans del Bosch e Sala Argemí. Fonte: Graphic World

 

Nouvilas, Barrera e Milans del Bosch.

I generali Nouvilas Aldaz – capo del Consiglio di difesa nazionale, Barrera Luyando —capitano generale della Catalogna—, e Milans del Bosch Carrió —governatore civile di Barcellona—, furono i tre principali arieti del regime dittatoriale nel compito di demolire l’opera culturale della “Mancomunitat”. Soprattutto nella persecuzione della lingua. Nouvilas, Barrera e Milans sarebbero diventati la personificazione del nazionalismo spagnolo, evoluto in forme manifestamente fasciste, ispirate al regime di Mussolini, che proclamava “Spagna; una, grande e indivisibile”. Sarebbe proprio Milans del Bosch autore di questo proclama: En vez de elevar a esos analfabetos (els alumnes catalans) al nivel de la cultura española, si se da auge al catalán, se rebajará la cultura en Cataluña al nivel de la que tienen sus rabadanes”  (Invece di elevare questi analfabeti  -gli studenti catalani-  al livello della cultura spagnola, se si fa crescere il catalano, la cultura in Catalogna si abbasserà al livello dei suoi contadini”.

 

Sala Argemí, il collaboratore necessario.

Alla rottamazione della “Mancomunitat” parteciparono alcuni personaggi locali che si prestarono con entusiasmo alla demolizione dell’istituzione. Il più importante sarebbe Alfons Sala i Argemí (Terrassa, 1863 – Barcellona, 19​​​​45), premiato da Alfonso XIII con il pittoresco titolo di Conte di Egara per i suoi servizi al regime. Sala —ultimo presidente della “Mancomunitat” intervenuta— sintetizzerà alla perfezione lo spirito del nazionalismo spagnolo rispetto alla scuola catalana. Nel 1924, un gruppo di insegnanti e studenti gli chiese di ripristinare l’insegnamento in catalano. La sua risposta, ovviamente in spagnolo, fu: “Questo non sarà possibile, perché sfavorirebbe gli studenti delle regioni limitrofi che vengono a studiare in Catalogna. Sarebbe assurdo chiedere loro di imparare il catalano. Bisogna prendere confidenza con la lingua nazionale, perché il catalano favorisce una idea errata che mette a rischio la Spagna”.

 

* traduzione  AncItalia

https://www.elnacional.cat/ca/cultura/primo-rivera-nacionalisme-espanyol-escola-catalana_684311_102.html

 

 

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