L’origine storica della catalanofobia

 

 

L’origine storica della catalanofobia

 

 

El Nacional.cat

Marc Pons – 15 maggio 2016

 

 

08/05/2016

Conferenza stampa dopo la partita presso lo stadio Bernabeu. Il giornalista del canale TV catalano TV3, Sebas Guim, formula una domanda al portiere Kiko Casilla. Lo fa in catalano. Tutt’e due sono catalanoparlanti. Il giocatore si gira cercando con lo sguardo l’approvazione del capo stampa del club. E quello, con un gesto, rifiuta. Quello che doveva essere normale diventa, a causa della lingua, un grottesco caso di catalanofobia. In pieno secolo XXI, in alcune istituzioni spagnole, l’utilizzo della lingua catalana è visto e sentito come una provocazione verso l’idea di Spagna. Una situazione non nuova. Che risale oltre gli anni della dittatura franchista. Una lunga storia.

 

L’origine politica

L’origine storica della catalanofobia risale al periodo di transizione dal Medioevo all’età Moderna. XVI° Secolo. Fu una fase di grandi trasformazioni. I futuri stati destinati a disegnare la moderna mappa dell’Europa erano immersi in una lotta per l’affermazione e l’espansione. Machiavelli e la ragione di stato. La lotta per diventare uno Stato – territorialmente esteso e demograficamente potente – capace di guidare il vecchio sogno dell’unificazione europea. In quel secolo, i re cattolici, Elisabetta di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, e i loro discendenti, avevano creato un’entità politica – un impero – che era un incontro di stati indipendenti, ciascuno con un rapporto unico e differenziato rispetto al potere centrale. Anche il Principato della Catalogna.

In quel panorama complesso, plurale e difficile da coordinare, le classi dirigenti castigliane – l’oligarchia militare e dei grandi proprietari terrieri – presero rapidamente l’iniziativa. Con la preziosa collaborazione dei loro banchieri tedeschi e italiani. La Castiglia si propose come la matrice dell’impero. Il fatto che il potere centrale (la monarchia, l’amministrazione, l’esercito) erano radicati in Castiglia giocò a suo favore. E la Castiglia volle diventare “Hispania”, un concetto antico e astratto che doveva essere aggiornato e inquadrato entro confini geografici naturali: la penisola iberica. La pretesa superiorità castigliana esercitata con una combinazione di forze centrifughe – il dominio della periferia peninsulare – e forze centripete -la purificazione della differenza etnica e religiosa.

Le diverse crisi tra la Catalogna e il potere centrale scatenano la catalanofobia: l’icona dei catalani presentati come il nemico per eccellenza dell’idea suprema di “spagnolità”.

Niente mori, niente ebrei, niente protestanti, niente zingari, niente baschi, niente catalani, niente galiziani, niente portoghesi. L’idea della Spagna in discussione nelle alte sfere del potere era castigliana, cattolica e aristocratica. La tradizione del Cid, il pensiero dei mistici e l’estetica del Greco nella “Sepoltura del conte Orgaz”.

Entierro del conde Orgaz – El Greco

La Spagna concepita come lo strumento di potere dell’aristocrazia militare e latifondista castigliana. E tutto ciò che rappresentava un’opposizione era ridotto alla categoria di eresia e di tradimento. La “spagnolità” fabbricata dal potere e la catalanofobia sono strettamente correlate. Le diverse crisi tra la Catalogna e il potere centrale scatenano la catalanofobia: l’icona dei catalani presentati come il nemico per eccellenza dell’idea suprema di “spagnolità”.

 

L’origine economico

Nel 1626 la Castiglia era immersa in una grande crisi economica e sociale. La monarchia, vale a dire lo stato, era in bancarotta. E la miseria in cui si trovavano le loro classi popolari ispirò il “Lazarillo de Tormes”. La rivoluzione dei “Comuneros” – del secolo precedente – non fu una rivolta nazionalista. Fu una rivoluzione sociale contraria alla politica imperialista, che consumava le risorse e le energie delle classi popolari castigliane in mille guerre di cui beneficiavano soltanto l’aristocrazia e i loro banchieri. Il malcontento era formidabile. Olivares, il consigliere privato del re – che equivaleva a dire il primo ministro – escogitò un colpo di effetto: riattivare i fronti di guerra per distogliere l’attenzione dal problema.

Per finanziare la guerra esige alla Catalogna un contributo proporzionale al censimento del paese (i suoi funzionari avevano calcolato il doppio della popolazione reale). La Generalitat si rifiutò. Poteva farlo legittimamente. Le classi mercantili di Barcellona – che avevano il controllo politico del paese catalano – considerarono queste guerre un cattivo affare, perché danneggiavano i rapporti con i loro clienti olandesi e francesi. Allora si scatenò una brutale campagna di catalanofobia che pretendeva di coprire il fallimento di Olivares e dell’amministrazione oligarchica imperiale. L’inspiegabile bancarotta di quello che era stato il più ricco tesoro pubblico della storia universale moderna.

 

L’origine sociale

Ebbe la collaborazione – a volte forzata e a volte entusiasta – delle più importanti figure artistiche castigliane dell’epoca, che fungevano da portavoce della propaganda anti-catalana. Un equivalente – anche con la distanza obbligata imposta dal tempo – della “brigata spagnola dei media” di oggi. La Catalogna divenne la causa di tutti i mali che minacciavano la sopravvivenza della monarchia ispanica, che equivaleva all’idea castigliana e oligarchica della Spagna. Dichiararsi pubblicamente anti-catalano, in qualsiasi campo della società castigliana, fu considerato una manifestazione di fedeltà al re. Vale a dire una manifestazione del patriottismo spagnolo. La simbiosi re-patria-stato.

Quevedo, una figura letteraria riconosciuta – ai suoi tempi – dell’età dell’oro castigliana, e con una numerosa massa di ammiratori delle sue opere, per ottenere il favore di Olivares e del re nella sua richiesta di escarcerazione, arrivò a proporre la liquidazione fisica dei catalani. Nel 1640, con lo scoppio della Rivoluzione dei Mietitori (Segadors)  (una rivolta anti-signorile e anti-castigliana che portò alla prima proclamazione dell’indipendenza catalana)  pubblicò ai quattro venti: “Finché in Catalogna rimarrà un solo catalano, e pietre nei campi deserti, avremo nemico e guerra”. La catalanofobia aveva fatto un balzo in avanti. Era passato dall’essere un elemento dell’ideologia suprematista delle élite castigliane a diventare un totem dell’immaginario popolare ispanico.

Quevedo: “Finché in Catalogna rimarrà un solo catalano, e pietre nei campi deserti, avremo nemico      e guerra”.

Atteggiamenti normali come usare la lingua catalana, il diritto catalano (diverso da quello vigente in Castiglia) o la nazionalità catalana furono trasformati in uno stigma. Il catalano perversamente ribelle, meschino e traditore – indegno di far parte della patria comune – che disturbava in una Castiglia insicura, delusa, monolitica e silenziata di “autodafé” e “purificatori di sangue”. La minacciosa differenza.

 

La rendición de Breda – Velazquez

 

L’universalizzazione della catalanofobia – la generalizzazione del totem dello spregevole bastardo catalano – disegna una immagine che è lo schermo della spagnolità purosangue e grottesca. Lo vediamo messo in scena nel dipinto “Cuadro de las Lanzas”, di Velázquez; con la particolarità che il borgomasto di Breda non rappresenta la resa dei ribelli olandesi, ma la sconfitta finale delle classi popolari castigliane. Il rapimento della storia. E la sindrome di Stoccolma.

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.elnacional.cat/ca/opinio/catalanofobia-origen-historic_103106_102.html

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