La morta viva

La morta viva

 

 

La morte della Catalogna, la morte dei Paesi catalani, è stata così ripetutamente annunciata e ritenuta certa, hanno cantato così tante volte il requiem per lei, che non dovrebbe più colpire e, piuttosto, la gente dovrebbe prenderla come uno scherzo.

 

 

 

 

Vicent Partal   – Vilaweb.cat – 14.05.2024

 

 

Nel 1883 Constantí Llombart pubblicò un dizionario di scrittori valenziani in lingua catalana, che intitolò “Los fills de la morta viva” (I figli della morta viva). La morta viva eravamo noi, la lingua, la nazione che Llombart non era ancora pronto a considerare tale. Una nazione morta, sì, ma che ancora era viva. “Ancora” nel 1883.

 

Faccio un salto nel tempo. La sconfitta repubblicana del 1939 diede origine ad un’impressionante letteratura sullo stesso argomento. La recente biografia su Armand Obiols scritta da Quim Torra è paradigmatica del dolore e della paura provati da una intera generazione di persone magnifiche.

 

Posso immaginare quanto deve essere stato difficile ritrovarti, già in esilio, con questa copertina di “La Vanguardia” che l’editoriale di oggi mostra in alto (“¡Vich vuelve a ser de España!!” -dove il nome del paese Vic è scritto con la grafia spagnolizzata per sottolineare, se ce ne fosse bisogno, la “conquista”-, e con tantissimi punti esclamativi in modo che nessuno possa dubitare del entusiasmo verso i criminali).

 

La morte della Catalogna, la morte dei Paesi catalani, è stata così ripetutamente annunciata e ritenuta certa, hanno cantato così tante volte il requiem per lei, che non dovrebbe più colpire e, piuttosto, la gente dovrebbe prenderla come uno scherzo. E invece, non sembra essere così.

 

Perché nella solita doppia versione mi ritrovo, un po’ sbalordito, che il dibattito è di nuovo tornato, per qualcosa di così poco – così poco visto in una prospettiva storica – come le ultime elezioni.

 

A Madrid i giornalisti e i deputati non sanno come festeggiare la nostra morte. È proprio buffo perché, quando eravamo noi a vincere le elezioni, ai loro occhi ciò non significava niente, ma ora che ne hanno vinta una – una e in un certo qual modo, non certo stravinta-, ora sembra che tutto sia finito e che la Catalogna sia già dentro nella bara.

E, caso ancora più curioso, sono comparsi anche tra noi gli eterni sconfitti, tipici esemplari topici della più elementare catalanità, che invocano il lutto e gridano il lamento funebre.

 

(….)

 

Quindi invocherò semplicemente la storia. Semplicemente. Constantí Llombart, sinceramente convinto che la sua generazione fosse l’ultima a parlare catalano, – forse era un disfattista, ma non smise mai di lavorare. E con ciò, gettò le basi del valenzianesimo, che portò anni dopo a scrittori come Joan Fuster e Raimon, e Ferran Torrent, Marc Granell o Gemma Pasqual, Isabel-Clara Simó, Ovidi e Toni Miró, i partiti PSV, PSAN e lo stesso Compromís, il presidente Albinyana, la Caixa Popular, la Rete delle Università Lluís Vives, tutti i membri della Escuola Valenziana o Azione Culturale. E anche questo stesso giornale VilaWeb.

 

E che dire di persone come Armand Obiols, che, tra tante altre cose, seppe confezionare quella straordinaria “Revista de Catalunya”, mettendo in contatto l’intellighenzia catalana con la crema dell’intellighenzia mondiale nel momento più difficile di tutti? Che dire di una generazione che dovette andare in esilio senza alcuna speranza, ma che tenne duro così tanto che, decenni dopo, costrinse lo Stato spagnolo ad accettare che il presidente della Generalitat post-franchista fosse un uomo investito in una cerimonia quasi intima nell’agosto del 1954, quando i militari – quegli individui tanto cari a “La Vanguardia” – dominavano ancora manu militari la cittadina di “Vich”?

 

Un giorno, quando avrò tempo, vorrei andare oltre. Sono anni che sono ossessionato – e ogni volta che penso alla Catalogna del Nord (da 300 anni amministrata dalla Francia), ancora di più – da quella abbagliante teoria di Fernand Braudel, secondo cui la geografia prevale sempre e segna definitivamente l’identità. Oppure vorrei adattare al nostro caso l’affascinante metodo di Thierry Dutour per scoprire che esiste un’identità “naturale” che è, addirittura, precedente alla coscienza di nazione.

 

Per ora, però, lasciatemi semplicemente dire che 131 anni dopo la “morta è molto viva”.

 

E adesso piangete, se volete e vi rende felici, o se vi sentite più rilassati.

 

Ma la morta, cari lettori, è viva. Ben viva.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/editorial-vicent-partal-catalunya-la-morta-viva/

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