Terrorismo? Terrore a Puigdemont!

Terrorismo? Terrore a Puigdemont!

 

“Il nemico pubblico numero 1 della Spagna filo-franchista ispira terrore, una paura irrazionale. Non per chi è o per cosa fa, ma per ciò che rappresenta”

 

Elmon.catXavier DiezOpinione09/03/2024

 

 

Pochi analisti si sorprendono dell’isteria che si è scatenata in seguito alla possibilità di amnistia. Con più di quattro decenni di regime del 78, siamo ormai troppo assuefatti al “lawfare” e alle cattive arti con cui lo stato profondo interviene nella vita politica spagnola. È passato troppo tempo dall’ultima volta che la “Transizione” ha mostrato la vera faccia e il discredito delle istituzioni spagnole è già assimilato dalla gran parte del pubblico e degli analisti internazionali. Tuttavia, questo discredito non impedisce allo Stato di funzionare in modo disfunzionale, con l’incapacità di controllare una magistratura che ha fatto della giustizia ricreativa un intero genere di fiction, in cui le proteste pacifiche diventano, per magia, terrorismo, o dove, come avviene nei sistemi istituzionali latinoamericani, asiatici o africani, i tribunali agiscono in modo belligerante contro gli oppositori politici, cercando di metterli fuori combattimento o di ribaltare quelle decisioni che non piacciono ai loro sponsor.

Basta vedere, esclusivamente dalla prospettiva spagnola, come vengono allontanati dalla vita pubblica deputati come Alberto Rodríguez o come i militanti fascisti vengono protetti dai crimini di odio mentre la loro violenza quotidiana resta impunita (o quasi). In effetti, la magistratura ispanica, sempre al servizio degli stessi poteri forti che da secoli muovono i fili, può ritenersi soddisfatta di come ha lasciato fuori gioco tutto quello spazio del 15-M che all’inizio dell’ultimo decennio inquietava “la casta”. Né sfugge a nessuno che anche le accuse di terrorismo contro chi non è dedito al regime o alla “bandiera rojigualda” sono strettamente legate a questa sorta di sporca guerra civile tra lo Stato e un governo che non riesce a controllare come vorrebbe, e che ha Pedro Sánchez come nemico pubblico numero 2 (del numero 1, ne parleremo più avanti).

Le azioni autonome di alcuni tribunali spagnoli, sfidando addirittura la stessa Procura dello Stato, sono pienamente consapevoli di sabotare la legge sull’amnistia. In una prospettiva strettamente spagnola, con l’amnistia, al di là della possibilità di raggiungere una stabilità parlamentare (e di conseguenza, del desiderio di vendetta di Sánchez contro i suoi nemici interni ed esterni al partito), c’è una certa urgenza di anestetizzare il dossier catalano. E qui la questione non è esclusivamente una questione interna, ma piuttosto un tamponamento di quella che rappresenta una debolezza spagnola ed europea. Spagnola, perché evidentemente l’indipendentismo, nonostante apparentemente diminuisca di intensità, è ancora la principale sfida interna all’ordine, e tutti sanno che al minimo incidente può sfuggire di nuovo al controllo. Europea, perché, in un’epoca di incertezza geopolitica, in un momento in cui la Russia sembra vincere la guerra in Ucraina e sta costruendo un’alleanza con una Cina che guadagna terreno economico e diplomatico nel continente, si può costituire un blocco eurasiatico capace di sfruttare i conflitti interni europei (e la Catalogna lo è) per destabilizzare un’Unione europea disorientata e demoralizzata.

Le accuse, più fittizie che reali, di legame con la Russia (Russian connection), oltre ad avere una componente più letteraria dei romanzi di John Lecarré, mostrano questa confusione molto spagnola di mescolare desiderio e realtà affinché Bruxelles intervenga (ancora di più!) a suo favore. L’effetto, però, potrebbe rivelarsi contrario alle loro intenzioni, perché è ovvio che, sicuramente, i russi – per il loro nullo interesse sull’argomento e la scarsa capacità di affrontarlo – sembrano disposti ad alimentare ipotesi come queste al fine di propiziare il nervosismo tra i suoi avversari.

Tuttavia, e al di là della dimensione internazionale, il deciso impegno a favore della giustizia ricreativa da parte della magistratura e dei fascisti nell’attribuire il reato di terrorismo alla lotta per l’indipendenza rivela una dimensione psicoanalitica di cui si discute raramente. Lo abbiamo già visto nel conflitto con l’ETA. La lotta indipendentista basca rappresentò la sfida più seria contro la natura dello Stato. Per questo non risparmiarono sforzi polizieschi, diplomatici, propagandistici e giuridico-legali, con norme, decisioni politiche e pratiche improprie delle società democratiche. E lo si può vedere dalla disparità di trattamento riservato alle vittime del terrorismo. Da parte dello Stato, le vittime dell’ETA hanno ricevuto un trattamento che, in pratica, le ha fatte diventare “caduti per Dio e per la Spagna”, mentre, ad esempio, le vittime degli attentati islamisti dell’11-M (del 2004) e del 17-A (del 2017), sono state trattate come vittime di seconda classe. E ciò capitava perché i primi mettevano in discussione le ultime volontà di Franco, il vero documento fondativo del regime del 1978 (e il suo derivato, una Costituzione applicata in modo interessato e restrittivo). Invece, il terrorismo islamico non è mai stato visto come una minaccia contro l’ordine per cui le élite franchiste mantengono il desiderio del dittatore sull’unità della Spagna e la preminenza di alcuni gruppi sociali proteggendone i loro privilegi.

Esaminando i fatti oggettivi, il suo curriculum, le sue parole, le sue azioni, le accuse di terrorismo contro il presidente Puigdemont sono tanto ridicole quanto offensive. Il termine “montatura” non è all’altezza di quella che è un’invenzione kafkiana, molto penosa, da parte di una Spagna rimasta unita grazie al terrorismo di Stato, alle violenze consustanziali agli imperi, come spiegò lo stesso teorico anarchico Mikhail Bakunin quando difendeva le virtù delle indipendenze delle nazioni oppresse. Tuttavia, ciò che ispira il nemico pubblico numero 1 della Spagna filo-franchista è terrore, una paura irrazionale. Non per chi è o per cosa fa, ma per ciò che rappresenta. Come nella lunga storia di dissidenti e oppositori, il suo esilio ricorda la legittimità di un’istituzione pre-costituzionale – la nazione catalana e le sue istituzioni secolarmente perseguitate e represse – e la volontà di esistere e di affermarsi come Stato sovrano, contro la Spagna, e contro un autonomismo che, ridotto a una sorta di grande governo regionale, si sta rivelando inutile. Rappresenta una nazione pre-costituzionale e anti-costituzionale, perché è ovvio che il catalanismo, come ci viene mostrato ogni giorno, è così anti-costituzionale che addirittura nel loro inconscio viene qualificato come terrorismo, tradimento della patria franchista, probabilmente perché non riescono più a trovare nessun altro concetto più forte per mostrare il loro odio e disprezzo viscerale. E il terrore

La biografia del presidente Puigdemont lo colloca come un “outsider”, che ha cercato di evitare ogni accenno di violenza in una lotta espressivamente pacifica. E questo genera panico tra i guardiani e gli inquisitori del nazionalismo spagnolo. L’establishment ispanico non può sopportare l’immagine del suo nemico pubblico numero 1 che cammina per le strade di Barcellona dimostrando attraverso la pedagogia dei fatti, che non aveva torto, e che invece loro sì. Che lui aveva agito secondo l’osservanza democratica e lo scrupoloso rispetto della decenza politica, e loro no. Che, per questo motivo, è stato etichettato come un Satana contemporaneo, la rappresentazione del male assoluto. E che tutti questi anni li hanno trascorsi a proclamare menzogne ​​– peraltro, ingoiate volentieri e con fervore dalla maggioranza dell’opinione pubblica spagnola – che cadranno come un castello di carte, smantellando la narrazione criminalizzante. Che, infine, il suo ritorno lo porterà, come il bambino innocente del racconto, a sottolineare la nudità dell’imperatore (borbonico). Che possa offrire la sensazione che lo Stato profondo subisce una sconfitta e umiliazione pubblica, al punto che molti di coloro che lo hanno sostenuto fino ad oggi, potrebbero metterlo in discussione domani. Per questo hanno fatto, fanno e faranno di tutto per evitare questa situazione.

Puigdemont ovviamente non è un terrorista. Ma provoca terrore a troppa gente che, per mantenere l’unità, ha distrutto la democrazia.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://elmon.cat/opinio/terrorisme-terror-puigdemont-813156/

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