E Zverev ha fermato la partita

E Zverev ha fermato la partita

 

Guus Hiddink spiegava che la dirigenza del club lo aveva avvertito di non immischiarsi in queste faccende. “Perché no? Dobbiamo tutti impegnarci in queste questioni”, sintetizzava. Ora Alexander Zverev lo ha fatto

 

Vilaweb.cat – Núria Cadenas – 06.09.2023

 

 

 

Non so cosa mi piace di più, se la determinazione con cui il giocatore tedesco spiega l’accaduto e dice “No, no, no, questo è inaccettabile. È incredibile”; o l’insistenza dell’arbitro quando si rivolge al pubblico e chiede “Chi è il luminare che ha detto questo? Alzi la mano”, e quando continua a ripetere “Chi l’ha detto? Chi l’ha detto? Chi l’ha detto?”, e aggiunge “Ok, lo buttiamo fuori. Lo butteremo fuori”; o, ancora, il susseguirsi di alzarsi in piedi del pubblico, sedersi di nuovo, guardare dappertutto per vedere se hanno finalmente trovato il fetente, indicandolo e, quindi, mettendolo così chiaramente in evidenza. Mi piace tutto, immagino. I dieci minuti di gioco interrotto finché gli addetti alla sicurezza non hanno individuato il tipo, e lo hanno intimato ad andare via scortandolo con sollievo generale.

 

È successo lo scorso 5 settembre, mentre si disputava l’incontro di ottavi di finale degli US Open tra il tennista tedesco Alexander Zverev e l’italiano Jannik Sinner. Zverev aveva la palla ed era sul punto di servire (e fin qui, ahimè, la mia conoscenza di questo sport) quando sentì un energumeno che dalla folla gridava “Deutschland über alles!” (“La Germania soprattutto!”), la prima frase dell’antico inno nazionale tedesco che, dopo la II guerra mondiale, fu soppressa con l’intera strofa proprio a causa del suo collegamento con il nazismo (oggi l’inno è solo l’ultima delle tre strofe originali).

 

(E ora faccio una piccola digressione per evidenziare la differenza tra scandalizzarsi di questa frase e del suo significato, mostrando bene, chiaramente e pubblicamente il rifiuto che provoca, e l’atteggiamento mostrato dall’ufficio del pubblico ministero spagnolo che, con somma tranquillità, nel rapporto annuale “ufficialissimo” non ha alcun problema a definire i danni inflitti ai simboli franchisti, come “azioni di sabotaggio” contro lo stato spagnolo, e chiudo la parentesi.)

 

Quante volte si fanno proclami nazistoidi, fascistoidi, razzisti, maschilisti, approfittando dell’agglomerazione e dell’esaltazione degli stadi. Tantissime. E raramente esce la notizia che qualcuno lo ha fatto notare e lo ha fermato (tra quelli che possono farlo, dirigenti di club o di stadi, atleti all’apice della fama e, quindi, con capacità di influenzare) e, quindi, lo irride e condanna pubblicamente. Pochissimi lo hanno fatto.

 

Di questi pochi, del primo episodio, sia nel nostro paese (catalano) che in tutta l’area che copre lo stato spagnolo, ne fu protagonista Guus Hiddink il 9 febbraio 1992 presso lo stadio del Valencia CF. All’epoca era l’allenatore. Giocavano contro l’Albacete. Sugli spalti della curva nord c’era una bandiera nazista: quella rossa e bianca e quella nera con la svastica. Non appena è entrato nello stadio con i giocatori, Hiddink l’ha vista. Tutti l’avevano vista, infatti, ma solo lui agì: chiese ai lavoratori dello stadio di rimuovere quel simbolo nazista. Così semplice. E altrettanto semplice come sostenere che la partita non sarebbe iniziata finché non fosse stato mandato via quel brutto simbolo. Questa lezione ci è stata data dall’olandese tranquillo. Anni dopo, spiegò che, il giorno dopo la partita, la dirigenza del club lo aveva avvertito di non farsi coinvolgere in quelle faccende. “Perché no? Dobbiamo tutti impegnarci in queste questioni”, sintetizzò lui stesso.

 

Ora lo ha fatto Alexander Zverev. E ha messo in evidenza, ancora una volta, tanti silenzi (che, in pratica, sono acquiescenza). Lo ha fatto avvisando il giudice di sedia (si chiama così, no?), e lo ha fatto il giudice che, senza esitazione, ha fermato la partita finché l’urlatore non è stato cacciato dallo stadio. Questa chiarezza. Questo messaggio così nitido: ci sono cose che non si possono tollerare mai. Né normalizzare. Né minimizzare. Né niente.

 

Prima c’erano stati, voglio dire, migliaia di silenzi. Che non fanno notizia finché sembrano normali, cose che accadono senza che nessuno interferisca. Adesso penso, e diventa quasi esempio e paradigma di questo scandaloso silenzio, al comportamento dei calciatori multimilionari che hanno giocato i Mondiali in Qatar (là, negli stadi costruiti con migliaia di morti, ricordate?) e che non hanno fatto alcun gesto, neanche il più lieve, simbolico, per la vita di uno di loro, giovane come loro ma iraniano, calciatore come loro ma in carcere e con la minaccia sinistra della forca che incombeva su di lui. Amir Nasr-Azadani rischiava una condanna a morte, accusato di aver partecipato alle proteste a favore dei diritti delle donne e di tutti, e i suoi colleghi iperfamosi non riuscirono ad approfittare del fatto che il mondo girava intorno a loro per rivendicare la sua libertà, per salvargli la vita.

 

E sì, lo sappiamo eccome: un atleta è un atleta e non puoi chiedergli la luna. Il suo compito è giocare bene, correre bene, nuotare o quel che serve. Ma è anche vero quello che ha detto Hiddink, che ci sono questioni che riguardano tutti, atleti e pasticceri e autisti di autobus e tutti quanti. E che, inoltre, ci sono persone che, a causa della loro proiezione, hanno una responsabilità aggiuntiva. Perché servono da esempio e da sprone. Nel bene e nel male. Voglio dire che sono un riflesso della società che li ha creati, un’espressione dei valori in cui sono cresciuti, e che, allo stesso tempo, riflettono atteggiamenti esteriori (e, quindi, valori) che permeano anche coloro che li seguono.

 

Non so chi, alla fine, ha vinto quel match tra Zverev e Sinner, ora che ci penso. Tutti, direi, davvero: tutti noi.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/i-zverev-va-aturar-el-partit/

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