Non confondetevi con l’attacco all’immersione linguistica

Non confondetevi con l’attacco all’immersione linguistica: non è una questione tecnica ne di lingua, si tratta di oppressione

 

Difendere rigorosamente l’immersione linguistica nelle scuole o un miglioramento della situazione sociale della lingua dentro la cornice spagnola sarà sempre un progetto insufficiente, condannato al fallimento

 


Manifestazione per la lingua catalana a perpignano (Catalogna francese)
Foto: Albert Salamé / VWFoto

Vilaweb.catVicent Partal – 24.11.2021

 

 

L’immersione linguistica non è solo una tecnica. La discussione sui limiti dell’immersione rimanda inevitabilmente alla situazione sociale della lingua catalana. E la situazione della lingua catalana non è solo un aspetto culturale. In quanto rimanda inevitabilmente alla constatazione che esiste un problema politico irrisolto, cioè la convivenza –impossibile, come ampiamente dimostrato– tra la nazione catalana e gli stati spagnolo e francese.

Noi catalani dobbiamo sapere che, storicamente, in ogni costituzione che è stata redatta, gli spagnoli ci hanno sempre detto: “Ora non è il momento di stabilire le vostre rivendicazioni nazionali; ora, prima di tutto, è necessario ottenere e rafforzare il sistema democratico; e poi, più tardi, potrete risolvere la questione nazionale”. Fu così nella costituzione del 1869 e nella Prima Repubblica (1873). Lo stesso accadde nella costituzione del 1931, quando quelli di Madrid ancora una volta chiesero che il problema catalano fosse risolto in un altro momento ed ecco che arrivò Franco. E durante la costituzione del 1978, quelli di Madrid ci fecero nuovamente rinunciare ai diritti nazionali, in cambio della peculiare democrazia postfranchista.

In definitiva, non è mai il momento giusto per i catalani. Prima si prendono le nostre libertà con la violenza e quando c’è la democrazia, allora non ci vuole, perché se noi catalani vogliamo i nostri diritti storici metteremo in pericolo la loro fragile democrazia di porcellana. Il sistema è magnifico. Tanto di cappello. Quando c’è una dittatura, i Paesi Catalani sono perseguitati senza scrupoli né prevenzione. E quando c’è democrazia, si scopre che i Paesi Catalani non possono ripristinare le loro libertà, perché – ci dicono – questo sarebbe un rischio per la libertà che affermano sia esistente – ora siamo, per esempio, nel momento dell’”aiah!! Stanno arrivando i fascisti di Vox ed è necessario stringersi tutti insieme intorno al PSOE!” È comunque curioso, in ogni caso, che questa loro libertà si fermi sempre sulla riga in cui iniziano i diritti della minoranza nazionale catalana.

Difendere rigorosamente l’immersione linguistica nelle scuole o, in generale, un miglioramento della situazione sociale della lingua sarà, quindi, sempre un progetto insufficiente, condannato al fallimento. E la prova ce l’hanno ora brutalmente stampata in faccia. La democrazia postfranchista (quella democrazia dove l’Assemblea della Catalogna dei quattro punti che rivendicava (anni 70) dovette rinunciare proprio, e soltanto, a quello sull’autodeterminazione), più di quarant’anni dopo ancora annienta, senza scompigliarsi, gli sforzi di genitori e insegnanti che iniziarono l’immersione negli anni 70 e 80, proprio nei quartieri meno catalanizzati, perché capirono che era un diritto inalienabile.

Per fortuna il paese sembra averlo capito abbastanza bene, tutto questo, e non si accontenta più delle briciole ma vuole tutta la pagnotta intera. La rivendicazione dell’indipendenza è, per la prima volta nella storia, maggioritaria nella Catalogna spagnola ed è a partire da questo che dobbiamo rispondere. Trasformare questa aggressione in un ulteriore incentivo per spingere e far traboccare mettendo al muro la classe politica inetta che abbiamo, come siamo riusciti a fare nel 2012. Perché non si trata di una questione di tecniche scolastiche o di lingue: è una questione di oppressione.

 

P.S. –  Parte di questo articolo è un furto intenzionale. Ho usato, modificandole molto poco, le parole che Francesc Ferrer i Gironès scrisse in questo articolo del 2009. Fondamentalmente per aiutarvi a capire che non importa chi si trovi al potere a Madrid e non importa quando chiediamo noi qualcosa. Ferrer, che prima fu senatore del PSC e poi deputato e consigliere di ERC, aveva scritto le parole a seguito del dibattito sulla costituzione europea e rispondendo alle argomentazioni di Rodríguez Zapatero che sosteneva che quello non era il momento di rivendicare il catalano, che avremmo potuto farlo più avanti, perché si poteva mettere in pericolo il fragile – usano sempre la parola “fragile”, loro – consenso continentale.

Dodici anni dopo, di frumento nemmeno un chicco.

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/no-us-confongueu-amb-latac-a-limmersio-no-va-de-tecniques-ni-de-llengua-va-dopressio/

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