I “comuni” e l’indipendentismo escludente

I “comuni” (Podemos, en Comú Podem e altri satelliti) e l’indipendentismo escludente

 

“Il caso Forti è soltanto un tentativo di costruire con una pàtina accademica quello che la sinistra spagnola tenta di fare da molto tempo: associare il nazionalismo catalano all’esclusione e all’intolleranza”

Jéssica Albiach

Vilaweb.catOt Bou Costa – 10.11.2021

 

 

Il signor Steven Forti, professore di storia all’Università Autonoma di Barcellona e polemista di riferimento nell’orbita dei “comuni”, ha spopolato su Twitter perché ha detto in un’intervista a “El Periódico” che “il partito Junts condivide molti tratti con formazioni di estrema destra’. Forti ha risposto alle critiche dicendo di essere stato vittima di “incitamento all’odio”: “Questo è esattamente ciò che fanno sui social il trumpismo e il salvinismo, infatti. Non sanno cosa sia la democrazia».

Non è il primo tentativo nel mondo dei “comuni” di ascrivere il partito Junts nell’estrema destra mondiale. Nelle ultime elezioni Jessica Albiach (deputata nel parlamento catalano per il partito “En Comu Podem”, appunto), ha già rivendicato di creare un cordone sanitario contro Junts, indicando una linea rossa da non oltrepassare. Il caso Forti è soltanto un tentativo di articolare con una pàtina accademica quello che la sinistra spagnola tenta di fare da molto tempo: associare il nazionalismo catalano all’esclusione e l’intolleranza.

 

Il Sig. Xavier Domènech (ex-deputato catalano del partito En Comu Podem), professore di storia presso l’Università Autonoma di Barcellona, disse durante l’insediamento del precedente presidente del governo catalano, Quim Torra: “Vogliamo sapere cosa ne pensa il candidato degli spagnoli”. Da giorni il nazionalismo spagnolo infuriava contro Torra come se fosse un razzista fanatico e disturbato. La stampa spagnola, in particolare quella progressista, lo aveva già definito oggettivamente xenofobo. Tra la raccolta di “tweet xenofobi” pubblicata da El País, ad esempio, il presidente aveva scritto: “Viviamo occupati dagli spagnoli dal 1714”. E ancora: “Francesi e spagnoli condividono la stessa concezione annichilente delle nazioni che malvivono nei loro stati”. Due osservazioni impeccabili. Ma, come dicevano all’epoca i critici furiosi, aperti e liquidi, il problema non erano le considerazioni politiche che faceva Torra, ma la collettivizzazione degli spagnoli, che non si possono collettivizzare. Non so se non esistono, ma a quanto pare non si può parlare di “spagnoli” perché sono tanti e la collettivizzazione è un meccanismo di disumanizzazione.

 

In realtà, la cosa davvero scioccante dei tweet di Torra non era che avesse attribuito tratti di comportamento a tutti gli spagnoli, perché ciò lo fa qualsiasi politico, sempre, ovunque, e la stampa mica si ferma per questo. Gli americani, i russi, gli inglesi. Ciò che era scioccante per loro era che, formulando “gli spagnoli” come soggetto autonomo, Torra rendeva esplicito che erano qualcosa di diverso dai catalani. Così semplice. Dicendo “gli spagnoli” non si escludeva la “spagnolità” come di solito facciamo normalmente, ovvero evitandone la contrapposizione (“Questo non va contro nessuno, a me piacciono molto i tuoi poeti”) No. Poiché designava la “spagnolità” senza necessariamente stabilire alcun rapporto di affinità o legame, Torra ha esplicitato qualcosa di molto basilare, ma che era prima un tabù in Catalogna. Dire ciò che sei – identificarti, definirti – è per pura logica un modo di dire ciò che non sei. Definirsi è escludente. Ogni tratto identitario che ci conforma è escludente rispetto alle infinite possibilità di tratti alternativi che potrebbero definirci.

La sinistra spagnola stigmatizza e deforma questa evidente condizione logica –il fatto che definire implica necessariamente escludere– perché vogliono ottenere che la definizione di cosa sia essere catalano, appaia sempre escludente, intollerante, intransigente, settario. Perché se definire la catalanità è inevitabilmente escludente, non si potrà mai dire cosa è un catalano e cosa non lo è e, pertanto, la differenza tra catalanità e spagnolità sarà puramente amministrativa. Questo è il loro obiettivo narrativo, punto. Ecco perché si scatenavano contro Torra come si sarebbero avventati su un’ombra. Domènech non fece davvero nessuna domanda a Torra. “Vogliamo sapere cosa ne pensa degli spagnoli” è stato un modo per chiedergli di definire esplicitamente cosa sia un catalano. In questo modo avrebbe avuto una scusa per accusarlo di esclusione senza accusarlo apertamente, approfittando di tutto il lavoro sporco di tabù e stigmi, perché Domènech sapeva già che Torra non era xenofobo o suprematista o qualcosa di simile. E poiché non osava dire che lo fosse, non andò oltre una domanda bassa e codarda.

 

Ci si può sentire insieme catalano e spagnolo, ovvio. Ma essere catalano è e deve poter essere tranquillamente una cosa differenziata dalla spagnolità, rispondente a una tradizione diversa, a un modo proprio e unico di relazionarsi con il mondo, secondo la tua lingua e cultura, che possono essere una strada per crescere e farti crescere al di fuori della spagnolità. È naturale che i “Comuni” ora diffondano le bugie e le trappole lerrouxiste di sempre con più impunità, se la stessa sinistra ha alimentato una buona parte del discorso, rinunciando al nazionalismo catalano. È chiaro che ci sono persone a Junts, con una concezione essenzialista e patrimoniale del paese e della catalanità. Ci sono sempre stati e, in qualsiasi paese, ci saranno sempre. La cosa pericolosa non è che ci siano, ma che il resto dell’indipendentismo, per interessi elettorali, riduca sempre di più il cerchio della difesa serena della questione nazionale. Più lo riducono, più terreno si prendono quelli che lo stigmatizzano.

 

Invero, ancor più importante fu la risposta di Domènech alla domanda di Torra. “È fondamentale sapere cosa ne pensano degli spagnoli, perché a quel punto sapremo cosa ne pensa della Catalogna”, disse.

 

Reddito elettorale

Serve per capire tante cose vedere anche chi ha dato copertura a Steven Forti dopo le polemiche. Enric Juliana, il vicedirettore de La Vanguardia (unionista), è corso a difenderlo su Twitter, ma con quel suo particolare modo di difendere la gente, che consiste nel non entrare nel merito della discussione limitandosi a lodare l’argomento in questione, come se questo elogio fosse sufficiente a ripristinare la reputazione. “Un ottimo libro di Steven Forti sulle tante espressioni dell’estrema destra di oggi. Ben documentato, ben lavorato, coraggioso. È stato un onore scrivere il prologo”, ha scritto Juliana. Anche il giornalista Guillem Martínez, sempre presente in questo tipo di scaramucce, è rimasto sorpreso dal fatto che, sebbene la Catalogna possa diventare così terribile, ci sono ancora persone che non sono nate lì e che vogliono viverci. “Sono stupito che Steven Forti, Paola Lo Cascio o un venditore di pane appena arrivati dall’Europa vogliano ancora vivere con noi e contribuire con il loro lavoro”. E capirai: siamo così tanto insopportabili. Il più gustoso di tutti, però, questa mattina è stato un tweet della giornalista Maruja Torres che ha condiviso un articolo di Jordi Amat sul libro di Forti. L’articolo termina con una frase brillante estratta dal libro: “Nessuno dovrebbe usare la carta dell’estrema destra – né come possibilità né come spauracchio – per cercare reddito elettorale”. Amen.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/per-que-diuen-que-junts-es-extremista/

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