Brandire la bandiera spagnola

Brandire la bandiera spagnola

 

 

Esiste un violento progetto nazionale e nazionalista spagnolo che va affrontato subito in blocco, se non si vuole ripetere la storia peggiore

 

Tall meridiana   09/01/ 2020  Foto: Albert Salamé / VWFoto

 

Vilaweb.catVicent Partal –  07.07.2021

 

Tra il 1933 e il 1941, gli anni dell’ascesa del nazismo, a Berlino c’erano duecento corrispondenti della stampa estera. Uno di questi giornalisti si chiamava Edgar Mowrer e lavorava per il Chicago News Daily.

 

Mowrer fu uno dei pochi corrispondenti espulsi dalla Germania. Nel settembre 1933 fu costretto a lasciare il paese per aver scritto un articolo molto critico su quello che descrisse come un “nuovo regime”. La stragrande maggioranza dei suoi colleghi non reagì a questa espulsione. Sebbene lavorassero secondo i modelli democratici occidentali, quel giorno rimasero in silenzio e da allora restarono in silenzio. Per anni. Come mai non avvertirono i loro paesi di quello che stava succedendo? Com’è che continuarono a scrivere per altri otto anni senza sensibilizzare il mondo della mostruosità che si stava formando? È una domanda che, per l’assoluta eccezionalità di quel momento e per le conseguenze che ha avuto, mi pongo da anni e ne sono ossessionato. Ma un giorno mi sono imbattuto in un libro scritto da Daniel Schneidermann che mi ha aiutato a capire molto meglio tutto questo. Non solo i miei colleghi ma, in generale, tutti coloro che hanno un’avversione a farsi delle domande man mano che la tempesta cresce.

 

Schneidermann spiega in modo molto convincente le ragioni di quel silenzio. Alcune sono molto evidenti. Ad esempio, il viscerale anticomunismo di alcuni giornalisti o redattori che vedevano in Hitler solo un freno alla temuta Unione Sovietica. Oppure il fatto che nell’ambiente aleggiasse, come purtroppo accade anche adesso, una certa condiscendenza verso l’autoritarismo, che potrebbe arrivare a presentarsi come un rimedio preventivo, tollerabile a seconda degli interessi politici o economici.

 

Ma nel suo racconto sono evidenti i momenti in cui vengono messe sul tavolo ragioni psicologiche o culturali, banali rispetto alle informazioni che dovevano essere coperte, ma che invece hanno giocato un ruolo decisivo nel giustificare il silenzio. A quei giornalisti piaceva, semplicemente, vivere a Berlino per esempio. Per i cabaret, per i giardini, per la birra, per mille ragioni. Oppure erano, molto spesso, germanofili, culturalmente parlando. Persone che avevano imparato la lingua tedesca per anni, a cui piaceva la cultura tedesca e che proprio per questo si sentivano felici di viverla ogni giorno. Schneidermann indica molte ragioni di questo stile, semplicistiche e anodine che, però, giocarono un ruolo importante nel rendere dei brillanti giornalisti un branco di persone inutili per fare il loro lavoro. Anche quando si trattava solo di vedere la realtà che li circondava.

 

Voglio inquadrare questo articolo nel contesto dell’omicidio di Samuel Luiz in Galizia. L’omicidio di questo giovane, in un episodio che viene percepito come omofobo e, per capirlo, bisogna guardare anche alcune immagini che tutti abbiamo potuto vedere sulle reti, in cui gruppi di giovani nazionalisti affrontavano le manifestazioni del Gay Pride Day brandendo bandiere spagnole e dicendo che era “una guerra tra lgtbi e spagnoli”. Brandendo le stesse bandiere – ed è un’altra immagine che mi ha colpito qualche giorno fa – che sono state sventolate anche da giovani rinchiusi in un albergo di Maiorca dopo essere stati contagiati dal covid in una macro-festa; irresponsabili che, per di più, pretendevano di essere stati sequestrati dal governo “catalanista” di Francina Armengol. Le bandiere, insomma, che hanno incorniciato poche ore fa la minaccia diretta e brutale, pubblica e intollerabile, contro l’editore del giornale satirico El Jueves.

 

Ci si dovrebbe quindi chiedere come mai qualcuno sventola la bandiera spagnola contro la bandiera arcobaleno, quale contrasto assurdo e sconclusionato sia questo. O come mai viene issata la stessa bandiera contro le ragioni di salute, contro il buon senso. E cosa hanno in comune con la redazione di una rivista satirica o con il fatto di parlare una lingua minoritaria o di amare chi vuoi… Perché è un dato di fatto che il nemico di tutto ciò usa sempre, sempre, sempre gli stessi colori.

 

La risposta è molto semplice: quello che vediamo è il nazionalismo spagnolo che sta crescendo soprattutto tra i giovani, che è diventato l’antidoto violento e aggressivo a ogni forma di differenza e pluralità. Qualsiasi forma. Ed è palesemente violento, perché beve alla fonte di una cultura politica, il nazionalismo spagnolo, che è stato, è e sarà sempre profondamente autoritario, suprematista, razzista e sessista. Non perché sì o perché fosse inevitabile, ma perché questa è l’essenza intensamente covata dal colonialismo nel nord del Marocco – dove si è formato l’attuale nazionalismo spagnolo, dopo la sconfitta e la perdita di Cuba.

 

La questione importante, però, è che oggi come accadde a Berlino nel 1933, ci sono persone che trovano nei loro piaceri intimi e personali, nelle loro simpatie più vaghe e astratte, o semplicemente nelle loro comodità, la scusa perfetta per non dover affrontare la realtà. Questa realtà che senza dubbio abbiamo di fronte. E questo spiega perché una parte della società, anche indipendentista, anche di sinistra, anche anticapitalista, preferisca non approfondire tutto ciò che sta accadendo, nelle ragioni di questo aumento accelerato della violenza politica. Per non dover denunciare senza complessi e tutti insieme un movimento politico, il nazionalismo spagnolo, che è alla radice del problema e che, potete contarci, causerà molti più problemi nei prossimi mesi e anni.

 

Paghiamo quello che, da un punto di vista solidamente anticoloniale, spiega da anni l’accademico ugandese Mahmood Mamdani: che nel processo di Norimberga è stato imposto uno schema profondamente pernicioso per definire come combattere il nazionalismo e/o uno stato di radice e pratica violente. Perché in quel processo, invece di riconoscere che l’Olocausto era un progetto politico nazionale, si decise di trattare quel massimo orrore come un cumulo di crimini di guerra commessi da individui. Ed è così che stabiliamo un pericoloso precedente che ci trasciniamo ancora oggi. Solo nel caso della guerra jugoslava e in qualche altra simile sembrava che il paradigma di Norimberga fosse messo in discussione e si volesse andare in profondità. Ma ora e qui questo, cari lettori, è il grande pericolo che dobbiamo affrontare, ancora una volta. Nessuno si illuda: queste non sono cose di individui isolati. C’è un progetto politico reale e in crescita, nazionale e nazionalista, dietro queste bandiere sventolate violentemente contro tante persone diverse. E per questo, proprio per questo, combatterlo come tale movimento, nella sua interezza, completamente e a prescindere se quelli di questo partito o di quell’idea siano migliori o peggiori di quelli degli altri, più o meno morbidi, è l’unico modo per evitare, ora che la battaglia è iniziata ed è già viva in piazza, il ripetersi della storia.

ps. So che i soliti manipolatori diranno che è oltraggioso confrontare l’ascesa del nazismo con il futuro della Spagna. Non lo faccio, ma cosa mi importa di quello che dicono queste persone? Non è per loro che scrivo, né voglio che qualcuno possa un giorno rinfacciarmi che mi sono comportato come quei colleghi di Edgar Mowrer a Berlino.

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/brandar-la-bandera-espanyola/

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