La macchina dell’odio

 

 

LA MACCHINA DELL’ODIO


L’ARTICOLO DI GONZALO BOYE   da El Punt Avui, 11 giugno 2021
[avvocato che coordina la difesa internazionale di Carles Puigdemont, N.d.T]

L’odio generato – direi piuttosto affiorato – è un chiaro sintomo di un fatto che non si risolverà con gli indulti.
Ciò che la Spagna non vede è che sarà proprio lei ad avere la peggio: l’odio accumulato di una società che continua a non volersi far carico del fatto che il problema non sono i catalani, ma la mancanza di cultura democratica.
Quando nella mia vita provai odio, mio padre, uomo saggio, mi disse: “Non puoi continuare a odiare, un giorno uscirai di qui e dovrai educare le tue figlie: non farlo con questa predisposizione d’animo”. Lo ascoltai e ho vissuto meglio.
La erroneamente detta ‘sfida indipendentista’ è bastata a mettere in evidenza che l’albero della democrazia, in Spagna, non aveva radici.
Se qualcosa ha caratterizzato un settore rilevante della società spagnola, perfino compattandola, è proprio l’odio verso tutto ciò che è catalano.

illustrazione Lluís Romero
http://www.elpunt.cat

 

Mentre la stampa si ostina a parlare di una sorta di ‘distensione’ da parte dell’indipendentismo o, a seconda della linea editoriale, della bontà e/o perversione degli indulti e di come si sia riusciti a ricondurre il movimento verso posizioni sensate e compatibili con gli interessi nazionali, quel che non si vede o, meglio, non si vuol vedere, è che il segno lasciato in questi ultimi tre anni è indelebile o, per lo meno, difficilmente cancellabile.
La ‘sfida indipendentista’ catalana è servita, tra l’altro, a mettere in evidenza le pieghe di un sis¬tema che, per quanto si voglia, è ben lontano dal corrispondere a quello proprio di uno stato democratico. Le ragioni sono molte e non ho la pretesa di elencarle tutte qui. Sicuramente la chiave delle carenze del sis¬tema non sta solo nella transizione mai completata, ma nella mancanza di una cultura democratica solida, che è in definitiva il terreno sterile sul quale alcuni hanno voluto per forza spargere un seme che non poteva germogliare… La democrazia non nasce per magia, ma come conseguenza di un lavoro sistematico che, prima di tutto, deve basarsi in qualcosa di più di una volontà di cambiamento o del compiacimento nei valori positivi di una trasformazione che poi si è rivelata inconclusa.
È stato sufficiente un piccolo terremoto per sradicare quello che appariva un albero solido, proprio di un qualunque stato democratico, ma che in realtà non aveva né radici profonde né abbastanza forti da resistere a una piccola tempesta.
Quella che a Madrid chiamano ‘sfida indipendentista’ e che, in realtà, non è stata altro che un esercizio ampio del diritto di manifestazione, del diritto alla libertà d’espressione e alla pubblica dimostrazione di una legittima aspirazione incentrata nel diritto a decidere, è stata sufficiente a mettere in evidenza quanto alcuni avvertivano già da tempo: che l’albero della democrazia in Spagna era privo di radici e perciò era tanto forte o tanto debole quanto il vento che lo scuoteva… e mai prima era stato investito dal vento.
Chi pensa che il problema sia sulla via della risoluzione e che le acque riprenderanno il proprio corso, non ha idea di quale sia il vero problema o, semplicemente, crede di acquietare le coscienze grazie al silenzio complice con cui ha guardato quanto accaduto in questi anni.
Quella che viene erroneamente definita ‘sfida indipendentista’ ha avuto, tra molte altre conseguenze, quella di far risplendere un tratto apparentemente immutabile del carattere di una parte consistente della società spagnola: un nazionalismo espansivo sostenuto dall’odio per tutto ciò che contrasti con l’ideale di unità nazionale. Politiche a parte, è evidente che, in questi ultimi anni, se qualcosa ha caratterizzato un settore rilevante della società spagnola, e perfino l’ha compattata, è l’odio verso tutto ciò che è catalano o che si considera tale, anche solo per prossimità o per una certa indulgenza nei confronti della ‘questione catalana’. Si tratta di un odio sociale che ciascuno manifesta nel modo e nell’ambito nel quale gli è possibile farlo.
È questo odio a permettere che, senza una orchestrazione statale, si compia una serie di azioni illegali, immorali e, per giunta, inaccettabili da qualsiasi logica o prospettiva democratica. Non è che gli apparati dello Stato abbiano complottato per perseguitare e distruggere tutto quanto ricordi anche lontanamente l’indipendentismo: ciò non è nemmeno necessario, perché già esistono ampi settori sociali disposti a farlo.
L’odio generato – direi, piuttosto, affiorato – è il chiaro sintomo di un problema che non si risolverà con un indulto. Per poterlo superare sono necessarie altre misure e dubito che ci siano molti disposti a prenderle per quel che ciò comporterebbe a livello di riconoscimento dei propri errori e dei fallimenti in quanto sistema.

La macchina dell’odio, che mai ha avuto bisogno di una grande struttura, ha funzionato perfettamente e senza riguardi, senza limiti: adesso che si ha la pretesa di presentare una realtà di ‘distensione’ si verificherà che è questo il vero problema che la società spagnola deve affrontare, insieme con la costruzione di una inesistente cultura democratica che dovrebbe servire a eliminare l’odio, alla base di tutti i mali di una società autocompiacente, abituata a livelli minimi di democrazia ben lontani da quelli propri di una vera democrazia.
È solo odio quel che si legge nelle azioni al margine della legge, negli attacchi mediatici incomprensibili, negli atteggiamenti della cittadinanza incompatibili con una convivenza sana, e, soprattutto, in situazioni che nessuno dovrebbe tollerare e che, invece, si accettano ormai come ‘danni collaterali’.
Essere catalani in Spagna non è facile; non so se lo sia mai stato. E, in definitiva, per ragioni tanto semplici come il fatto che, nel processo di distruzione dell’indipendentismo catalano, sono stati superati tutti i limiti che qualsiasi sistema democratico si pone come autentici e insuperabili. L’odio si è esteso molto velocemente e tale processo è stato semplice, perché già c’era un terreno fertile.
E non si è trattato di uno sviluppo verticale, bensì orizzontale, la qualcosa ci dice quanto fosse fertile questo terreno che diversi mezzi di comunicazione e settori politici e sociali hanno coltivato senza nemmeno valutare le conseguenze. Il problema dell’odio, soprattutto quando si semina in un terreno così fertile, è che risulta molto difficile da eliminare e perdura più a lungo dello stesso conflitto.
Si sbaglia o ci inganna – e inganna sé stesso – chi pensi che la concessione di nove indulti sia la soluzione a un conflitto politico della portata di quello già esistente fra lo Stato e un ampio settore della società catalana. Il conflitto si risolverà con una risposta politica integrale, razionale, democratica e che sia accettabile per entrambe le parti, ma le conseguenze dello scontro dureranno molto di più e ciò che la Spagna non vede è che sarà proprio lei ad avere la peggio: l’odio accumulato e non represso di una società che continua a non accettare che il problema non sono i catalani, ma la mancanza di cultura democratica.
Quando nella mia vita provai odio, mio padre, uomo saggio, mi venne a trovare e mi disse: “Non puoi continuare a odiare, un giorno uscirai di qui e dovrai educare le tue figlie: non farlo con questa predisposizione d’animo”. Lo ascoltai e ho vissuto meglio.
È chiaro che ci sono situazioni nelle quali la cosa più facile sarebbe odiare, per esempio quando scopri che ti hanno escluso da una chat di genitori per escludere così tua figlia da ogni possibilità di vita sociale, ma è proprio in questi momenti che la reazione dev’essere un’altra, basata su principi democratici che diano strumenti per diventare una persona migliore, perfino nella solitudine [probabili riferimenti al periodo di prigione con l’accusa di aver prestato supporto logistico all’Eta, crimine di cui si è sempre dichiarato innocente, n.d.t.].
In ogni caso, odiare è la risposta più facile per chi non abbia strumenti morali e intellettuali per capire le situazioni e accettarle, avendo ben presente che questo sentimento non solo non aggiunge nulla, ma addirittura toglie.

 

* traduzione  Raffaella Paolessi

https://www.lrp.cat/opinio/article/1984440-la-maquinaria-de-l-odi.html?ItemId=4314&utm_source=linkedin&utm_medium=botons&utm_campaign=com_epanoticies

2 commenti su “La macchina dell’odio”

  1. Sono d’acordo con questo articolo e colgo l’ occasione a dire che anche l’ Italia ha le stesse tendenze con il SUDTIROLO.

    1. toni.ros.pi@gmail.com

      Grazie per il commento. Ho seguito con interesse i due (credo) “Incontri sul web” che gli amici del Centro Studi Dialogo hanno dedicato al SudTirolo. La nostra lotta sarà sempre per un’Europa dei popoli.

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