Gli accordi con lo stato e il “pattismo” magico

Gli accordi con lo stato e il “pattismo” magico

 

 

Carles Puigdemont i Casamajó – 6 dicembre 2020

www.LaVanguardia.com

 

L’esperienza ci dimostra che l’aspetto importante degli accordi che si raggiungono con lo Stato riguardo la Catalogna non è la loro firma né lo sono i dettagli accessori ma il loro rispetto e attuazione, in modo che il fatto di verificare l’attuazione degli accordi precedenti è una condizione necessaria per risolvere la convenienza di sottoscriverne altri di nuovi.

Lo Stato spagnolo è, soprattutto, un macchinario di potere che agisce come un sistema esperto: non importa l’ideologia o il potere concreto che hanno le persone che occasionalmente lo rappresentano. E’ un grande repositorio interattivo di conoscenza sul potere e l’amministrazione, arricchito per ogni regime e ogni generazione di politici e alti funzionari dei tre poteri, che dà le risposte necessarie in ogni situazione nella quale possa trovarsi un determinato responsabile. Cioè, nella trattativa con il governo spagnolo sulle questioni catalane non si sta negoziando con un ministro o il primo ministro, soltanto, né principalmente, ma con tutti quelli che lo hanno preceduto e hanno versato la loro conoscenza ed esperienza en questo sistema esperto. In tutto quello che riguarda la Catalogna, il confine rosso che l’interlocutore spagnolo ha ben presente non è quello che fissa il programma di governo e nemmeno il quadro ideologico della propria formazione politica – abitualmente più generoso del programma elettorale -, ma quello che hanno segnato tutti i predecessori che hanno avuto la responsabilità di trattare l’argomento catalano.

Nel dibattito sulla condizione nazionale della Catalogna, il peso dell’eredità del conte duca di Olivares (s.XVII), di Filippo V (s.XVIII), del dittatore Primo de Rivera (anni 20 del s.XX) e di Francisco Franco (dal 1939) -per dare alcuni nomi sotto i quali c’è una lunga lista di ministri e funzionari, giudici e servitori dello stato, leggi e decreti contro la Catalogna- determina perfino la posizione di spazi politici che ideologicamente posso trovarsi agli antipodi.

Per noi, questo è catalanofobia. Per loro, questo è patriottismo. E’ il dovere che sentono di avere come servitori dello Stato, al di sopra delle ideologie, che ha catapultato loro al potere. Quando un giudice detta sentenza non lo fa soltanto servendosi di una tutela legale, forzata oppure no; lo fa con la tutela di tutto un sistema che ha raffinato la persecuzione contro una nazione minoritaria fino a farla incastrare, questa persecuzione, negli standard richiesti in una democrazia liberale.

In queste condizioni è estremamente rischioso e pericoloso addentrarsi nel terreno degli accordi con lo Stato spagnolo senza prendere le dovute precauzioni. La probabilità che il macchinario di potere possa ingoiarti prima che tu ti renda conto è molto elevata.

Qui è dove il catalanesimo, intero, ha fallito sempre. Siamo andati a tutte le trattative con la Spagna ignorando che, nella cultura del potere spagnolo, le opportunità congiunturali non aprono le porte alle riforme strutturali. Una perdita di maggioranza assoluta di un determinato governo non pregiudica che il potere dello Stato abbia perduto una sola briciola della propria forza né che si senta spinto a rivedere le proprie posizioni.

Pretendere di risolvere delle questioni strutturali, di fondo, approfittando della debolezza parlamentare di un governo è di una ingenuità pericolosa, che ignora il vero potere dello Stato. E’ un esercizio auto-ingannevole che, forse, permette di transitare pacificamente da una tornata elettorale a un’altra ma che contribuisce a rendere cronico il conflitto, essendo lo scenario dove il forte vince sempre.

Applicando rigore e autoesigenza, e una grande dose di realismo, arriviamo alla conclusione che le scarse migliorie che mai si otterranno non saranno a conto dell’indebolimento del potere dello Stato, per cui qualsiasi restituzione di autogoverno resta compromessa e sotto la vigilanza e il sospetto permanente dei tre poteri dello Stato. E’ quello che è capitato fino a oggi.

Il catalanesimo ha trascurato troppo alla leggera la costruzione del proprio sistema esperto. Dopo oltre 100 anni di scontro politico con lo Stato, oggi questo sistema dovrebbe essere robusto. Forse questa è la vera differenza con il sistema base e non quella per cui un partito catalano assomiglia più o meno al partito che ha successo in Spagna in un determinato momento. Tutte le nostre esperienze e conoscenze accumulate lungo il tempo non sono state colte dai responsabili politici di turno, i quali hanno preteso di inventare o innovare nei rapporti con lo Stato nell’ingenua speranza di essere quelli che avrebbero risolto la querela per una o diverse generazioni. Non sentendosi parte di questa catena secolare, non credendosi eredi delle diverse tradizioni catalaniste che hanno avuto l’opportunità di trattare con lo Stato, è stato sperperato un potenziale estraordinario che ci avrebbe risparmiato molti errori. Una delle ragioni di questa rinuncia a sentirsi eredi di quelli che ci hanno preceduto è la lotta tra i nostri simili, che è solita prodursi all’interno dei popoli oppressi e perseguitati, e si esprime spesso con sospetti tra i partiti portati al parossismo.

Una parte del catalanesimo sentì l’esigenza ossessiva di ammazzare l’eredità e l’opera di governo di Jordi Pujol credendo che ciò li avrebbe aiutati a vincere le elezioni, invece di capire che su quell’eredità, diventandone logici eredi, avrebbero potuto contribuire fornendo le proprie basi del rapporto con lo Stato spagnolo, e così avrebbero dato alla generazione successiva delle fondamenta più solide di quelle che avevano ricevuto. Invece, ancora ora dedicano sforzi ingenti a smantellare e stimmatizzare “i convergenti” (del partito Convergencia – 1978-2015, ormai scomparso) e si considera necessario demolire le pietre di quell’eredità per poter raggiungere l’egemonia elettorale. E così, di volta in volta. Capitò la stessa cosa con l’eredità di Pasqual Maragall (socialista e sindaco di Barcellona), che l’altra parte del catalanesimo tentò di stimmatizzare semplicemente per il fatto che non ne era stato protagonista.

Dall’altra parte ci aspettava sempre lo stesso interlocutore. L’incaricato di dire “no” è cambiato e cambierà ancora. Ma è sempre lo stesso “no”, un “no” che viene da lontano e che è stato concepito e disegnato per andare lontano. Invece, noi, ad ogni cambio di era, per un cambio di governo o di regime, cambiamo interlocutori, cambiamo il linguaggio e, a volte, anche gli obiettivi, con la prevenzione insensata di cancellare i meriti dei predecessori in modo che i loro eredi politici non possano ottenere una parte dei redditi ipotetici di un futuro accordo con lo Stato.

La logica con cui abbiamo affrontato finora i rapporti con lo Stato ci condanna a una sconfitta permanente. In questo terreno, le scorciatoie possono essere un miraggio e una trappola, e quelli che vedranno negli accordi con lo Stato una scorciatoia per rendere più agevole e indolore la consecuzione effettiva dell’indipendenza non stano spiegando la verità.

Paradossalmente, i critici contro quelli che dicono “abbiamo fretta” –alcuni dei quali sono responsabili di questa corrente quando si trattava di screditare il tradizionale pattismo catalano– hanno ora una fretta esagerata per raggiungere un patto con lo Stato, come se da questa azione tattica dipendesse tutto.

Paradossalmente, i critici contro il cosiddetto “indipendentismo magico” –alcuni dei quali sono anche loro responsabili diretti di questa corrente quando si trattava di lottare per l’egemonia del catalanismo autonomico- ora sono dei ferventi difensori del “pattismo magico”. Un pattismo lontano dal poter dimostrare, in termini comparativi, l’efficacia ottenuta dai suoi predecessori ma che si annuncia come un rimedio per la cura di tutti i mali. Nessuno spiega come e il perché di questa cura. Ma il prodotto è già stato ricevuto con entusiasmo dal sistema esperto spagnolo.

Dobbiamo mettere in pratica la strategia per conseguire uno stato proprio. Una strategia non vincolata alle maggioranze congiunturali del Congresso (parlamento) spagnolo, e tantomeno alla correlazione di forze ideologiche. Né la sopravvivenza di un governo di sinistra in Spagna né la lotta contro la estrema destra giustificano di rimandare strategicamente. Sono le tappe politiche che il movimento possa fissare per sé stesso, sostenuto sempre da grandi e crescenti maggioranze elettorali, quelle che devono guidare l’indipendentismo al raggiungimento degli obiettivi.

Ogni organizzazione, anche un paese, deve tenere sempre presente il precedente, l’esperienza, le “lessons learned” (gli insegnamenti appresi). Imparare dalle esperienze passate e recenti è la chiave per prepararci al confronto politico con lo Stato e per consolidare vittorie come quella del referendum del 1 di ottobre. Perché quel giorno non fu un lutto, fu un grande zampillo di speranza che ha cambiato profondamente il nostro paese e i rapporti con lo Stato spagnolo.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.lavanguardia.com/politica/20201206/49913406876/presupuestos-gobierno-pacto-pactismo-erc-esquerra-independencia-cataluna-catalunya-espana.html

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