La Spagna che vuole risolvere il problema catalano

La Spagna che vuole risolvere il problema catalano

 

Ora ci dicono che sarà tutto diverso e che questa volta potrebbe diventare realtà il fatto che “ci sono milioni di spagnoli disposti a trovare la soluzione del problema catalano”

Vilaweb-catVicent Partal – 13.11.2020

Permettetemi di farvi leggere oggi una lunga citazione di un altro giornale, nello specifico un estratto dall’editoriale di un quotidiano spagnolo che credo sia importante tenere presente alla luce del momento politico che stiamo attraversando. Parliamo dell’opportunità di unirci alle forze progressiste dello stato spagnolo e penso, dopo quello che abbiamo visto e ascoltato oggi nel parlamento spagnolo durante il dibattito sul bilancio dello stato, che sia un testo importante. Questo articolo editoriale pubblicato a Madrid dice:

 “C’è una Spagna migliore e la Catalogna deve rivolgersi ad essa. Ciò che vi disgusta, deputati catalani, da tempo disgusta anche a molti spagnoli. Non tenete conto, quindi, della follia che potreste incontrare nel cammino, ma di tutto ciò che vive e si pretende dalla cordialità con voi, sforzandovi ogni giorno e ogni ora affinché la Spagna si lasci alle spalle tutto ciò che è vecchio, ciò che non capisce il presente, ciò che finora ha rovinato le nostre vite. Ci sono milioni di spagnoli disposti a trovare una soluzione al problema catalano e tra loro e quelli che vogliono riportarci tutti indietro c’è la massima incompatibilità personale, in termini di politica, in termini di aspirazioni. Ecco perché diciamo ai catalani che ora è il momento di capirsi di più e meglio che mai, ed è per questo che vi chiediamo una squisita prudenza, per non smarrire la strada.”

Ieri, in un altro articolo , vi avevo parlato dell’atteggiamento dignitoso dei deputati democratici del parlamento di Hong Kong, che hanno deciso di lasciare tutti in blocco i propri seggi per denunciare che è impossibile fare politica nelle condizioni di ingerenza della Cina sui loro diritti, un’ingerenza basata sul centralismo e sulla discriminazione nazionale. E lo avevo messo in contrasto con il modo in cui i parlamentari catalani hanno sopportato e sopportano ogni giorno la crescente violazione dei loro diritti – che in realtà, attraverso di loro, sono i nostri. Contrasto che è stato ancora più evidente ascoltando nel parlamento spagnolo alcune espressioni di entusiasmo verso quell’aula, in cui si diceva che lì si può fare politica, che lì si possono risolvere i problemi reali della gente.

Tuttavia, quando stavo scrivendo l’editoriale di ieri, ho trascurato – e un lettore me l’ha fatto notare – che in realtà c’è stato un tempo in cui alcuni deputati catalani fecero qualcosa di simile a quello che è successo a Hong Kong, salvando logicamente tutte le distanze. Successe nel 1918. A quel tempo, il parlamento spagnolo doveva discutere la bozza di statuto della Mancomunitat de Catalunya, il precedente più immediato di quella che nel 1931 finì per essere la Generalitat Autonoma della Catalogna. Ma lo respinsero con molta acredine. E, in risposta, i parlamentari catalani lasciarono i seggi vuoti e tornarono a casa. A loro nome, Francesc Cambó (deputato

monumento a Francesc Cambó in Barcellona

conservatore catalano a quel tempo) scrisse una lettera al re Borbone dell’epoca dove diceva: “Il risultato della sessione di ieri alle Cortes significa il fallimento di tutta la nostra azione nella politica spagnola e il nostro abbandono di qualsiasi speranza che il problema catalano possa avere alcuna soluzione in Spagna, una speranza nella quale avevo riposto tutti i miei sogni”. Ciò accadde il 12 dicembre del 1918; tra un mese saranno centodue anni. Il che, francamente, è davvero molto tempo.

Quel gesto dei deputati catalani a Madrid fece scalpore e segnò una grande spinta, enorme, di quello che potremmo considerare oggi un incipiente indipendentismo, o repubblicanesimo, catalano. Dopo pochi mesi, però, i deputati catalani tornarono a Madrid per dare una nuova opportunità a quella Spagna diversa che alcuni promettevano per loro.

Ora sappiamo che tutto quello sfociò nella dittatura di Primo de Rivera (vedere inciso alla fine dell’articolo).

Allo stesso modo in cui, nel 1931, quella repubblica catalana proclamata indipendente finì per condurre in poche ore ad un’autonomia spagnola.

(il 14 aprile del 1931 dopo le elezioni municipali dove ottenne la maggioranza, il partito Sinistra Repubblicana di Catalogna – ERC, il suo leader Francesc Macià proclamò la Repubblica Catalana all’interno della Federazione Iberica, dal balcone del Palazzo della Generalitat, a Barcellona. L’autoproclamazione preoccupò il governo provvisorio della Seconda Repubblica Spagnola, appena proclamata quello stesso giorno, contestualmente alla partenza per l’esilio di re Alfonso XIII. Vennero inviati a Barcellona, il 17 aprile del 1931, tre ministri con l’intento di trovare una mediazione. La mediazione fu trovata con molti sforzi da entrambe le parti. Macià dovette rinunciare alla Repubblica Catalana a favore di una nuova forma di ampia autonomia, la Generalitat de Catalunya.).

E poi quella ampia autonomia fu nuovamente sbriciolata da un’altra dittatura a seguito della vittoria, nell’aprile del 1939, dei ribelli nazionalisti guidati da Francisco Franco.

Soltanto alla fine della dittatura franchista (1975) il discorso della fraternità rinasce con argomenti come “ora è il momento di capirci”. E questo discorso, sfocia ancora una volta nella distruzione dello statuto di autonomia nel 2006, e poi, nel commissariamento dell’autonomia catalana, tramite l’articolo 155, dopo il referendum di Ottobre 2017 (NdT, quello dove la polizia picchiava donne, anziani e bambini per voler votare).

Eppure ora ci dicono che tutto sarà diverso e che questa volta potrebbe avverarsi, ora sì, che “ci sono milioni di spagnoli disposti a trovare la soluzione al problema catalano”.

Onestamente, ad essere sincero, vorrei poterlo credere. Ma ormai mi risulta veramente difficile mandarlo giù, soprattutto se guardo la data dell’eloquente editoriale che mi avete gentilmente permesso di presentarvi oggi. Perché quell’estratto corrisponde al quotidiano “El Sol” ed è stato pubblicato il 13 dicembre del 1918.

 

* traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/lespanya-que-vol-solucionar-el-problema-catala/

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(Inciso sulla Dittatura di Primo di Rivera:

Dalla guerra ispano-americana, nota in Spagna come “guerra di Cuba”, c’era una crescente interferenza da parte dell’esercito nella vita politica spagnola – come l’assalto nel 1905 da parte della guarnigione di Barcellona alla redazione del giornale satirico Cu-Cut e anche a quelli del quotidiano La Veu de Catalunya, in risposta a una vignetta satirica sui militari.

Durante questo periodo, ci furono numerosi tentativi rigenerazionisti falliti. E anche un tentativo di programma riformista liberale, che non riuscì a risolvere i problemi strutturali dello stato.

In questo clima si indebolivano i partiti tradizionali mentre crescevano i partiti repubblicani e delle organizzazioni operaie (CNT, PSOE-UGT). D’altra parte, la rivoluzione russa ebbe un effetto profondo, diventando un punto di riferimento per il movimento operaio rivoluzionario e allarmando la borghesia. La fine della 1° guerra mondiale pose fine alla crescita economica e, grazie all’ascesa nazionalista nel Trattato di Versailles, stuzzicò i nazionalismi peninsulari. Inoltre, la dittatura militare di Horthy in Ungheria e il trionfo di Mussolini e delle camicie nere in Italia diedero una spinta a Primo de Rivera.

Gli anni ’10 e ’20 videro la crisi aggravarsi. La guerra del Marocco era altamente impopolare. L’esercito era diviso dal sistema di promozioni tra gli africanisti che difendevano i meriti di guerra e quelli che prediligevano l’anzianità. Ciò portò alla creazione dei consigli di difesa – Juntas de Defensa. Così l’esercito fu decisivo nel fallimento dello sciopero generale del 1917 e con il passare del tempo, la sospensione delle garanzie costituzionali e lo stato di emergenza divennero normali.

Nel 1921, il leader del Rif (Marocco) Riffian Abd-el-Krim sconfisse l’esercito spagnolo ad Annual, in quella che fu una grave battuta d’arresto al dominio spagnolo del Marocco. Il disastro di Annual motivò un’inchiesta parlamentare e la stesura di un rapporto (rapporto Picasso) sulla situazione dell’esercito in Marocco e sulle responsabilità della sconfitta diventando una dura critica al regime politico che raggiungeva anche il re.

Il 13 settembre 1923, il capitano generale della Catalogna, Miguel Primo de Rivera, insorse contro il governo e compì un colpo di stato. Il previsto incontro in parlamento per analizzare il problema marocchino e il ruolo dell’esercito nella guerra ne costituirono probabilmente il detonatore. Il 14 settembre il governo legittimo chiese al re l’immediata dimissione dei generali ribelli e la convocazione del parlamento; ma il monarca non ascoltò e il governo dovette dimettersi. Poco dopo Alfonso XIII nominò Primo de Rivera presidente del governo. Nel manifesto dei ribelli, fu invocata la salvezza della Spagna dai “professionisti della politica”.
La Costituzione fu sospesa, i comuni furono sciolti, i partiti politici banditi, furono create milizie urbane e fu dichiarato lo stato di guerra.

Il destino del colpo di stato militare fu deciso dal re Alfonso XIII quando scelse di non appoggiare il governo e di cedere il potere a Primo de Rivera, come aveva fatto un anno prima il re d’Italia Vittorio Emanuele III, che rifiutò di firmare il decreto che dichiarava lo stato di emergenza per impedire la marcia fascista su Roma e che nominò Mussolini capo del governo il giorno successivo. Non a caso, poco dopo l’instaurazione della dittatura, Alfonso XIII disse a Vittorio Emanuele III durante una visita ufficiale in Italia: “Ho già il mio Mussolini”. Primo de Rivera, da parte sua, ammirava il Duce, che considerava “l’apostolo della campagna contro la corruzione e l’anarchia”. Dopo l’accettazione del colpo di stato, il re non agisce più come monarca costituzionale, ma come capo di stato di una nuova formula politica di “dittatura con re”, che si sarebbe diffusa in altre monarchie europee.

In linea di principio, la dittatura doveva essere un regime temporaneo – Primo de Rivera disse che il suo scopo era di rimanere solo 90 giorni, tempo sufficiente per rigenerare il paese – ma durò sei anni e quattro mesi”.)

                    * note   Àngels Fita

 

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