Il ritorno di Trapero

 

Il ritorno di Trapero (e degli attentati alla Ramblas)

 

Aggiornamenti dalla Catalunya

DUMSOUND         13 novembre 2020

 

Dopo poco più di tre anni, il Major Trapero torna ad essere il capo dei Mossos d’Esquadra. Era stato destituito dal governo centrale di Mariano Rajoy, grazie al comissariamento dal governo catalano con l’articolo 155, nel 2017.
Forte dell’assoluzione al proceso all’Audiencia Nacional di Madrid, ora torna con tutti gli onori del caso. La reinsersione è avvenuta con un governo catalano in funzioni e senza il presidente che è stato inabilitato. Ma non è stato certo un ostacolo. Come non lo è stato Puigdemont, che ha avallato l’operazione e si dichiara contento del suo ritorno. C’era chi, maliziosamente pensava che il fatto che Trapero abbia pubblicamente detto che aveva un piano per arrestare Puigdemont in caso fosse stato richiesto dalla magistratura, lo avesse allontanato dalle simpatie indipendentiste, ma chi lo pensava, si sbagliava. Che sia per l’alta professionalità di Trapero (da sempre riconosciuta anche dallo stesso Puigdemont), o per la sua assoluzione, che nei fatti mette in seria discussione la sentenza del Tribunal Supremo contro i politici indipendentisti, Trapero viene nuovamengte riconosciuto dal mondo político independentista.
Sarà un coincidenza, ma salta agli occhi la contemporaneità del ritorno di Trapero, con l’apertura del proceso contro gli attentati jiadisti di Barcellona e Cambril. Fu quello il momento in cui il nome di Trapero e dei Mossos furono resi famosi dalle cronache della gestione. E fu sempre in quel momento che si incrinarono fortemente le relazioni con i corpi di polizia spagnoli, che vennero messi da parte e non coinvolti nella gestione della crisi. La mossa aveva anche un fine “político”, ossia quella di far entrare, grazie alla dimostrazione di efficenza,  il corpo dei Mossos nel coordinamento nazionale antiterrorismo ed in relazione diretta con l’Interpol. Ma poi venne il 155, la destituzione e l’accusa al corpo di essere il braccio armato di un presunto colpo di stato independentista, e non se ne fece niente.
Il processo, già prima dell’apertura, era circondato da polemiche. La prima motivazione è il capo d’accusa: nessuno dei tre imputati è accusato di assassinato. Il che, se da una parte è logico, visto che nessuno dei tre era presente durante gli attacchi, da un’altra frustra fortemente i familiari delle vittime. Poi c’era l’impossibilità di interrogare i servizi segreti spagnoli (CNI) riguardo alla loro relazione con il capo della cellula terrorista, l’imam di Ripoll, che da allora ha gettato molte ombre sull’attentato e sulla possibilità che fosse stato “permesso” dallo stato spagnolo con la funzione di mettere in cattiva luce la gestione politica territoriale e portare alla morte politica dell’indipendentismo e del referendum che si sarebbe tenuto da li a tre mesi.
E come ultima polemica c’era proprio l’assenza del Major Trapero come testimone.
Durante l’istruttoria del proceso, Trapero era imputato presso l’Audiencia Nacional di Madrid, quindi ai magistrati forse sembrava una mancaza di rispetto verso l’altra sala dello stesso tribunale, o forse dava per scontata una sentenza di colpevolezza che avrebbe tolto l’affidabilità di Trapero come testimone. Fatto sta che l’assenza del capo del corpo di polizia che gestionò l’operazione, come l’assenza del CNI e di rapresentanti dello stato, come l’assenza dell’accusa di assasinato, pesano come un macigni sull’apertura di questo proceso, rendendolo quasi inutile ai fini della lotta al terrorismo internazionale.

Adesso ci pensa direttamente il giudice, Alfonso Guevara, a mantenere vive le polemiche… Con un carattere a dir poco maleducato, ha impedito che gli avvocati potessero presentare le questioni preliminari, e ha deciso di non accettare nessun allegato scritto ad esclusione di quelli già presentati in istruttoria. Insomma, agli avvocati gli rimane solo la possibilità di protestare, visto che come aprono bocca il giudice gli da degli impertinenti, strillanogli contro che è la sua sala e lui decide chi e quando può dire qualcosa. Spesso si sentono risate che arrivano dal fondo della sala, chissà se date solo dal suo allegro carattere o alimentate anche dalla sua bassa statura, che fa sembrare che quasi scompaia nella sua grande sedia da giudice.

 

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