Laura Masvidal : “Siamo messi peggio che mai”

Laura Masvidal : “Siamo messi peggio che mai”

 

Intervista alla moglie di Joaquim Forn, che denuncia il brutale aggravarsi delle condizioni dei prigionieri politici

 

Laura Masvidal -foto Júlia Partal

 

VilaWeb.cat  22.09.2020

Laura Masvidal è membro della Associació Catalana pels Drets Civils (Associazione Catalana per i Diritti Civili, ACDC), creata dalle famiglie dei prigionieri politici e degli esiliati politici per dare voce alle persone che hanno subito rappresaglie. La signora Masvidal è la moglie del consigliere Joaquim Forn che questo novembre sarà in prigione da tre anni. Condannato a dodici anni e mezzo, Joaquim Forn – e anche gli altri prigionieri politici – hanno visto la loro situazione in carcere peggiorare drasticamente quest’estate. Forn è passato da poter uscire per lavorare cinque giorni alla settimana allo stare recluso 22 ore di seguito da solo nella cella della prigione di Lledoners. Il Tribunale Supremo gli ha tolto in modo inaudito il permesso di uscire per lavoro e i protocolli per il covid in prigione hanno favorito la cosa. In questa intervista rilasciata lunedì a Barcellona, la signora Masvidal spiega il brutale cambiamento vissuto, e come il futuro dei prigionieri politici si sia rabbuiato ancora di più.

 

foto Júlia Partal

 

Come state, familiari e prigionieri?

Stiamo peggio che mai. È orribile. Una volta ricevuto lo schiaffo della condanna, avevamo almeno il calendario del regime penitenziario che permette una certa flessibilità. E noi famiglie abbiamo cominciato a respirare. Si aspettava il terzo grado, ottenere il 100.2 e uscire per lavorare: li vedevamo fuori, avevano delle prospettive lavorative. Il percorso normale di tanti detenuti e una progettualità per il futuro. E di punto in bianco, quest’estate, tutto è tornato indietro. All’estremo opposto. Hanno perso il 100.2 che permetteva loro di lavorare fuori, cosa che li angoscia moltissimo. E hanno cominciato a stare giorni e giorni isolati e rinchiusi 22 ore soli nella cella. Parlando con la parete. Un cambiamento enorme.

 

Come vi spiegate questo cambio di regime?

Capisco che fosse prevedibile che il Pubblico Ministero ricorresse contro il terzo grado. Nonostante lo trovi molto grave perché sarebbe l’esecuzione rigida della condanna il terzo grado non avrebbe dovuto essere messo in discussione. Però sappiamo come funziona. Ora, è inaudito che il Tribunale Supremo si sia presa la competenza del 100.2 che riguarda il regime penitenziario. Questo non era mai successo. Eppure è accaduto! Questo disegna uno scenario orribile. Oltretutto, aggiungete i protocolli anticovid. Insomma, stiamo peggio che mai: senza prospettive future e rinchiusi.

 

Suo marito ha il permesso di uscire?

Joaquim, come i Jordi, ha scontato un quarto della pena e questo gli dà 36 giorni di permesso all’anno. Questo mese, ad esempio, potrebbe uscire un fine settimana. E per lui è già molto e per noi pure. Lui calcola che da qui a Natale gli toccheranno 12 giorni. Vedremo se glieli daranno. Però questo non gli permette di lavorare. Né di fare una vita minimamente normale. E succede anche che, per il covid, ogni volta che è uscito, dopo ha passato 22 ore chiuso in una cella senza comunicare con nessuno per 14 giorni di seguito. Dopo sono stati 10 giorni. Quest’estate l’ha passata rinchiuso e solo. Ora a settembre, ogni volta che uscirà gli faranno una prova PCR e lo isoleranno 4 giorni. Tutto questo in pratica è un regime punitivo. Non mi invento nulla: secondo la legge, per casi molto gravi, la punizione è l’isolamento in cella da 6 a 14 giorni. Questo è ciò che si definisce punizione. E questo hanno. Io posso capire che i protocolli anti-Covid sono complicati in tutti gli ambiti e capisco che l’amministrazione si debba adattare. Però tra i movimenti del Tribunale Supremo, la sospensione del terzo grado, la caduta del 100.2 e i protocolli anti-Covid, è stata molto dura, va detto. Quest’estate è stata orribile. Nella cella si moriva di caldo. Senza uscire. Lenzuola bagnate. E quando poteva uscire erano le 14.30, nel cortile di cemento, per vedere il cielo. Il caldo era ancora peggiore. È stato difficile.

 

Il nuovo regime implica meno visite?

I protocolli anti-Covid fanno sì che i gruppi di visita siano ridotti, senza sala d’attesa e solo due nel parlatorio, non tre o quattro come prima. E non hanno nemmeno delle attività adesso. Però, più che criticare i protocolli anti-Covid, mi chiedo cosa sta succedendo qui. Abbiamo un regime penitenziario pensato per essere flessibile e, ora che è il momento di renderlo tale, succede esattamente il contrario? Il regime penitenziario attuale prevede che i diritti delle famiglie siano poco colpiti, per l’impatto che ne avrebbero i bambini, ad esempio. Ma non si applica. E basterebbe solo mettere in atto una legge spagnola del 1979, approvata dalla maggioranza al congresso. Quindi, che succede? Vi farò un esempio di quello che mi spiegava Joaquim. Un detenuto condannato a 15 anni per narcotraffico è già in terzo grado senza aver scontato nemmeno un quarto della pena. Perché? Perché ha famiglia. Bambini. Perché il regime penitenziario classifica in ordine di priorità che quando ci sono bambini piccoli non si abusi della prigione. Ma quello che si applica a qualunque criminale, per loro [i leaders catalani] non funziona. Perché le nostre famiglie sono indipendentiste e non narcotrafficanti. Vogliono punire chi sta intorno e lo fanno. La cosa dei bambini preoccupa, lo vedo. Lo vedo perché la relazione tra i bambini e i prigionieri si allenta moltissimo. E guarda, nel caso di Joaquim la relazione si allenta ma almeno esiste. Le bambine sono grandi. Però quelli che hanno bambini piccoli… pensate che ci sono bambini di 6 anni che ne hanno vissuti 3 con il padre in prigione.

 

Come vi spiegate che abbiano fatto cadere il terzo grado e il 100.2? La procura generale dello Stato avrebbe potuto non fare ricorso contro il terzo grado. Punto. Pero non controllano nulla, perché i procuratori aggiunti fanno quello che vogliono. Credo che il procuratore generale, la Delgado, nemmeno lo sapesse. Sentite questa. Perché il sig. Marchena [presidente della 2° sezione del Tribunal Supremo] dice che è di sua competenza gestire il 100.2? Cosa che non era mai successa. Come minimo, non puniteli di nuovo. Questa è sete di vendetta.

 

foto Júlia Partal

 

Il lavoro dei prigionieri come è rimasto? Nel caso di Joaquim lui era ben consapevole che la sua vita politica non avrebbe avuto seguito, pertanto stava ridisegnando il suo futuro professionale. Faceva l’avvocato per Mediapro. E all’improvviso, tutto è tornato indietro. E’ preoccupato per il futuro, da chi dipenderà, per i suoi impegni. Lo scenario professionale è angosciante. Rull e Turull non hanno lavoro, ad esempio. In fondo, li isoliamo, senza strumenti digitali né niente, e perderanno tutte le occasioni. Hanno una certa età, sono isolati da tre anni e gliene rimangono altri. Fa paura. Aggiungete che nel nostro caso, il mio lavoro era di supporto in fiere e congressi e si è fermato tutto. Tutto.

 

Psicologicamente come stanno? Non vedere la mobilitazione per le strade fa effetto. Capisco che si normalizzi ciò che non dovrebbe essere normalizzato. E noi che non lo abbiamo normalizzato non sappiamo come canalizzare la mobilitazione a causa del Covid. Come si fa ad alzare la voce con maschera, distanziamento e senza poter concentrare persone? Loro se ne accorgono, è ovvio. E anche noi ce ne accorgiamo. Aggiungete il disorientamento politico, che alla fine non sappiamo dove siamo. Sono preoccupata.

 

Il vostro avvocato, il signor Melero, di che parere è? Lui faceva affidamento sul regime penitenziario. Ora è disperato. La procura, ad esempio, riguardo il reinserimento, dice che non hanno seguito un programma specifico. Programma specifico per la sedizione? Lo progetterà il Tribunale Supremo su misura, immagino. Gliel’ho detto: ve lo faranno su misura e così si metteranno in evidenza. Finiremo con un programma su misura, lo vedo già.

 

Come vedete i canti delle sirene del cambiare la sedizione nel codice penale e pensate che ciò possa essere di beneficio?

Beh, pensiamo che sono canti delle sirene. E che è un modo che hanno trovato perché politicamente non trovano nessun altro modo per abbassare la pressione. Fanno le leggi ad personam e fanno tutto ad personam. Non c’era discussione, il Tribunale Supremo non aveva competenza in materia. La costituzione stessa dice che i membri del Supremo sono ‘scaduti’ da tempo. Sono stati condannati da un tribunale ‘scaduto’. L’ONU ha ricordato ancora una volta che lo Stato si è impegnato a rispettare le raccomandazioni, e ora che l’ONU dice che questa gente deve essere liberata, fanno pressione affinché queste raccomandazioni spariscano? Insomma.

 

Cosa si può fare? Non lo so, davvero. Ci deve essere un ricorso politico, ora che c’è il “governo più progressista”, no?

 

Fino a che punto lo stato spagnolo cerca di farvi chiedere l’indulto?

L’indulto è stato chiesto. Il signor Jofresa lo ha chiesto per tutti molto tempo fa. Pertanto, se ci fosse la volontà politica di concederlo, lo avrebbero ottenuto. L’indulto serve per riempire i giornali e trascinare avanti il dibattito. Ciò che vogliono è un mea culpa, ci dispiace molto, non avremmo dovuto farlo, abbiamo sbagliato, Spagna, perdonaci. E questo non lo faranno. È ovvio che non lo faranno. D’altro canto, cosa risolverebbe? Vediamo: sì me lo farebbero tornare a casa, mi risolverebbero la vita, che rifarei, e mi aiuterebbe molto. È evidente. Ma il conflitto continuerebbe ad esistere, qui. Non soddisferà nessuno. Hanno già liquidato una generazione politica. Bene. E allora? La gente è già uscita per strada il giorno della sentenza. E torneremo a farlo ogni volta che ce ne sarà bisogno. L’indulto è per riempire pagine, per accontentare alcuni.

 

Genitori e suocere, come stanno? Non stiamo bene. La madre di Joaquim è molto peggiorata. Ha 84 anni. E ora ha bisogno di una persona che la aiuti tutto il tempo.

 

Vi aiutate tra familiari, con un supporto psicologico? Io ero preoccupata per chi mi circondava, sì. Innanzitutto perché i prigionieri trasmettono molta ansia. È normale. Io faccio esercizi ogni giorno. Cerco di togliermi di dosso tutto ciò che mi dà preoccupazione. Cerco di far sì che non rimanga. Però è difficile. Lo diceva Joan Fuster: “Mi odiano e questo non ha importanza. Però mi obbligano ad odiarli. E questo sì che ne ha”.

 

Joaquim Forn continua a scrivere? È stanco. Avevamo parlato di un progetto che era molto bello. Però scrivere richiede un po’ di spinta. E ora non scrive, no. Spero che riprenda a farlo. Il secondo libro che ha scritto mi è piaciuto molto. Sono ritratti molto ben scritti. A me, che leggo tantissimo, ha sorpreso. Mi sono innamorata di nuovo. Ho un grande rispetto per la letteratura e divoravo i libri. Romanzi. Ma i primi due anni di prigione ho perso la concentrazione. Ora ci torno. E anche lui. Non scrive ma legge più che mai. Ho appena finito di leggere un volume L’ottava vita, che è la storia della Georgia attraverso una famiglia. Lo consiglio. E lui in prigione ha scoperto il piacere delle cose più descrittive. Legge romanzi, cosa che non faceva prima. Ora possiamo passare ore a parlare di un personaggio. Anche Melero gli passa molte letture e proprio ora mi ha detto che stava leggendo un libro che adorava, La colpa. Come vivono la colpa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti, i giapponesi. E mi ha chiesto di trovargli il libro di Enric Gomà che parla della lingua. Ogni giorno mi chiede libri.

 

foto Júlia Partal

 

Altro da aggiungere? Sì: sono critica sul modo in cui è stato comunicato tutto. Non so se perché il Dipartimento di Giustizia ha cominciato a dar notizia di ciò di cui non doveva dar notizia (ora faremo questo, ora quello), o forse è stato perché si è dato gran clamore al fatto che uscissero a lavorare, quando invece si trattava solo dell’applicazione del regime penitenziario, ma il fatto è che molta gente che ha capito l’enorme passo indietro che abbiamo vissuto. Molti pensano ancora che escano ogni giorno. Nessuno ha dato loro una spiegazione per le attuali 22 ore chiusi in cella. Ho la sensazione che non ci sia stata una buona comunicazione, sebbene sia chiaro che il Covid ha fagocitato tutto l’interesse mediatico.

 

* traduzione  Gaia Dolfi e Claudia Daurù

https://www.vilaweb.cat/noticies/laura-masvidal-pitjor-mai/

 

 

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