Fare un accordo con Madrid?

Fare un accordo con Madrid? La realtà ha rovesciato il principio della realtà

«L’inganno di Zapatero nel 2003 relativo allo statuto di autonomia catalano è come l’inganno di Pedro Sánchez con il “tavolo del dialogo” e il governo “più progressista della storia”. Ed entrambi gli inganni ci portano allo stesso punto: l’indipendenza è necessaria»

Vilaweb.catVicent Partal      20.05.2020

             Iglesias (podemos) Rufiàn (ERC)

Dalla divisione dell’indipendentismo nel 2017, emersero due correnti contraddittorie: l’unilateralista e la pattista. Ridefinire il processo non era semplice, tanto meno nel nostro caso, dove tutto si complica con una sanguinosa battaglia per l’egemonia amministrativa e dipende da un sistema intellettuale e mediatico che funziona in modo bulgaro – il partito non è l’espressione pratica e di azione di un’analisi onesta sulla società, ma il discorso pubblico, l’analisi, ha la funzione di sostenere a posteriori la volontà del partito.

 

Tutto ciò provoca una fitta nebbia nella quale viviamo da due anni e mezzo. Tuttavia, nel tempo, la realtà prevale sul volontarismo ideologico e arriva il giorno in cui un fulmine colpisce e dissipa i dubbi. Sembra che ciò sia accaduto ieri con la rottura del cosiddetto patto legislativo, che era riuscito a far ruotare attorno al PSOE non solo Podemos, ma anche partiti come Esquerra Republicana, Compromis o Bildu. L’umiliazione subita da Bildu (sinistra basca) questa mattina è particolarmente significativa. Non ci si può rendere più ridicoli di così.

 

Ore prima del voto con lo scopo di allungare lo stato di eccezione causa coronavirus, il PSOE aveva concordato con Bildu di astenersi in cambio dell’abrogazione della riforma del lavoro messa in vigore dal PP (partito popolare). E ha chiesto a Bildu di non parlarne. Se avessero saputo che c’era un accordo con loro, quelli del partito Ciudadanos, che aveva già concordato dieci voti affermativi, si sarebbero arrabbiati, potendo astenersi o votando direttamente contro. Se il partito Ciudadanos avesse votato no, Sanchez avrebbe perso la votazione. E se Ciudadanos si fosse astenuto ma Bildu (sinistra basca) e BNG (sinistra galiziana) si fossero spostati verso il no (come tutti i partiti nazionalisti catalani, valenziani e delle Isole Canarie) insieme a CUP, Junts per Catalunya, Esquerra Republicana, Compromís e Nova Canaria, Sanchez avrebbe perso la votazione anche lì. E cosa ha fatto? ha ingannato il partito Ciudadanos nascondendo il patto con Bildu e ha ingannato Bildu perché dopo aver dato il voto, il PSOE ha rilasciato stamattina una dichiarazione unilaterale che afferma che il patto non è valido e che non intendono attuarlo, insomma che non annulleranno la riforma del lavoro fatta dal PP.

 

E’ davvero inaudito. Sanchez ha rifiutato di riconoscere in meno di ventiquattro ore un accordo importantissimo che aveva firmato per scritto (non era verbale ma firmato), infrangendo così tutti i limiti immaginabili non solo di cortesia parlamentare o di rigore politico ma addirittura di decenza personale. Ha reso ridicoli tutti quanti. Perché quelli di Podemos erano molto contenti dell’accordo con Bildu (non solo per l’abrogazione della riforma del lavoro che Sanchez aveva concordato prima con loro e che chiaramente non intendeva rispettare, ma perché potevano impegnarsi nel loro sport preferito che è il discredito dell’indipendentismo catalano). Le lodi al pragmatismo e le capacità della sinistra abertzale (basca) che i leader dei Comuni avevano rilasciato con entusiasmo in serata dovranno rimangiarseli ora. Non c’è accordo né riforma. Sono rimasti tutti col culo per terra. Rimane solo una manovra sporca come mai vista prima, con il solo e unico scopo di rimanere al potere a tutti i costi.)

 

Ieri, la strada che una parte dell’indipendenza aveva teorizzato come un percorso di dialogo con la sinistra spagnola si è scontrato con la realtà. Pedro Sánchez è un farabutto di dimensione così eccezionale che nessuno può garantire che non possa cambiare idea domani, se gli conviene. Ma sembra che non ci sia più margine. Visto quello che abbiamo vissuto ieri, il progetto di andare d’accordo con la sinistra spagnola, di trovare una strada verso l’indipendenza moderata, senza fretta, che eviti a tutti i costi lo scontro cercando delle complicità a Madrid si è schiantato contro il muro. Il discorso di Gabriel Rufián (sinistra catalana ERC), uno di quelli che, insieme a Oriol Junqueras, ha fatto di più per trovare e modellare questo possibile incontro, è stato chiaro. Pedro Sánchez ha scelto, e ha scelto il partito Ciudadanos, l’unità della Spagna, la repressione e l’accordo con la destra, cioè tutto ciò con cui il PSOE si trova a suo agio. Fine del viaggio.

 

Ciò mette in discussione il complicato concetto freudiano che chiamiamo il “principio di realtà”, il concetto che era stato invocato finora come lo stendardo in favore del dialogo – sebbene io abbia sempre dubitato che coloro che usavano questo termine fossero consapevoli del significato originale, in quanto il principio della realtà si confronta con quello del piacere in un modo manifestamente repressivo e non riesco a vedere come ciò sia un programma appassionante …

Disquisizioni concettuali a parte, la realtà – non il principio della realtà ma LA realtà – sembra finalmente essere apparsa. A Madrid non c’è nessuno di cui fidarsi per un accordo e la Spagna è, per i catalani, semplicemente qualcosa di impossibile. Andarsene ha un prezzo, ovviamente. Già lo stiamo pagando rimanendoci. Ma ora già sappiamo che restarci non conduce né condurrà da nessuna parte. Non c’è modo. In poco più di quattro mesi, Sánchez lo ha reso molto chiaro – complimenti per il record.

 

Quindi la domanda è: ora cosa si fa? Quello accaduto ieri al Congresso spagnolo certifica la fine della strada dell’accordo ma questo, nonostante sia molto, non è sufficiente. Perché una parte dell’indipendentismo istituzionale ha mantenuto solo lo slogan dell’indipendenza, svuotandolo di contenuto; e soprattutto perché nessuno dei partiti politici che abbiamo oggi, nessuno, sa come trovare una via di uscita. Nei fatti. La teoria a favore dell’unilateralismo e del confronto in difesa delle libertà va bene; si è dimostrata quella giusta e inoltre non ce ne sono altre. Però l’indipendentismo istituzionale è paralizzato, senza un piano, senza una tabella di marcia, senza una proposta comprensibile per la gente.

 

Alla domanda su “ora cosa si fa” si deve rispondere, quindi, prendendo coscienza della sensazione di abbandono e senza paura di sapere cosa significhi. Non so se questa chiusura della strada del dialogo consentirà un ritrovo tra le famiglie dell’indipendentismo politico, vista la mancanza di alternative per il futuro. Ne dubito molto, ma sarei molto felice se fosse così. Una cosa è chiara: ci riporta, come progetto e come popolo, al punto originario del movimento. L’inganno di Zapatero nel 2003 relativo allo statuto di autonomia catalano è come l’inganno di Pedro Sánchez con il “tavolo del dialogo” e il governo “più progressista della storia”. Ed entrambi gli inganni ci portano allo stesso punto: l’indipendenza è necessaria. Nel corso degli anni, in ogni caso, la differenza è che abbiamo imparato che l’intero problema non è la Spagna e che per vincere non dobbiamo lasciare nelle mani dei politici il peso del processo e non dobbiamo fare così tanto affidamento su di essi. E se iniziamo da qui, con tutta l’esperienza che abbiamo acquisito, non ho dubbi che c’è ancora molta strada da fare.

 

* traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/pactar-a-madrid-la-realitat-ha-tombat-el-principi-de-realitat/

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