I Patti del Palazzo della Moncloa?

I Patti del Palazzo della Moncloa?

Sarebbe grave che ci ingannasero di nuovo

Vilaweb.catVicent Partal – 04.04.2020

Il primo ministro Pedro Sanchez

Dopo diversi giorni di campagna elettorale dei partiti e dei media dell’estrema destra spagnola, oggi Pedro Sánchez ha accettato la richiesta di “nuovi patti di Moncloa”. Il concetto si riferisce agli accordi che nel 1977 seppellirono definitivamente la possibilità di una rottura con il regime franchista e lasciarono spazio alla cooptazione del Partito Socialista e della Convergenza Democratica, tra altri gruppi politici e sindacali. E con ciò, aprirono la porta alla perpetuazione, acconsentita e accettata, delle prebende del nucleo duro, economico e politico del regime di Franco, a cominciare dalla corrotta istituzione monarchica.

I patti del palazzo di Moncloa sono uno dei miti fondanti della democrazia post-franchista. E dico “miti” nel pieno senso del termine. Che in questo momento, nel mezzo di questa devastazione umana del covid-19, a Madrid possano invocare questi patti, in modo quasi omogeneo, come modello di chissà quale cosa è un segnale terribile. Sia la mancanza di visione autocritica sia la capacità collettiva che abbiamo come società, di continuare a credere alle versioni più deliranti e incoerenti della nostra storia, sono letteralmente spaventose.

I patti di Moncloa consistettero in una serie di accordi firmati nel 1977, poco dopo la morte di Franco, tra il governo di Adolfo Suárez, i principali partiti, la Confindustria e il sindacato dei lavoratori “Comisiones Obreras” (comunista). Addolcirono  gli angoli più ruvidi del regime di Franco, sì, -e ci mancherebbe, direi-, ma questo non era lo scopo, anzi. Per dirla secondo la terminologia di Marc Bloch, si trattava di evitare, e il franchismo ci riuscì, una “rottura fondatrice”. Fondatrice di una nuova legalità ma, soprattutto, di una nuova società, di un nuovo modello di società. L’opposizione democratica, più debole di quanto sembrava, ma ansiosa di entrare nelle istituzioni a ogni costo, abbracciò con entusiasmo il quadro politico ed economico proposto dal riformismo di Franco e si impegnò a chiudere il periodo di lotta per la rottura che era stata portata avanti fino a quel momento.

I patti di Moncloa sono il pilastro su cui viene redatta la costituzione successiva, una costituzione che avrà in modo molto significativo solo tre redattori democratici, Gregorio Peces-Barba, Miquel Roca e Jordi Solé-Tura, ma quattro redattori franchisti: Gabriel Cisneros, che tra le altre cariche era stato delegato nazionale della gioventù nel 1969; Manuel Fraga, ministro franchista; Miguel Herrero,

avvocato del consiglio di stato franchista dal 1966; e José Pedro Pérez-Llorca, noto diplomatico del regime e avvocato dei tribunali franchisti. Provate a chiedere a qualsiasi tedesco se avrebbe ritenuto accettabile che la costituzione tedesca, la Legge fondamentale del 1949, fosse stata redatta da quattro nazisti e tre democratici, e nella loro risposta avrete le dimensioni esatte dell’inganno spagnolo, della grande presa in giro che furono tali accordi insieme alla costituzione approvata l’anno successivo.

I patti di Moncloa, che ora stanno cercando di vendere come esempio da seguire, erano fondamentalmente la resa organizzata del movimento democratico di fronte ai riformatori del regime di Franco. E questo vogliono di nuovo ora, in un momento tanto eccezionale storicamente come quell’altro. E praticamente con gli stessi protagonisti, con gli stessi temi centrali: una colossale crisi economica, la messa in discussione dell’autoritarismo da parte della popolazione, l’inefficienza di un’amministrazione chiusa, la rivendicazione delle nazioni, specialmente di quella catalana, e l’esaurimento della formula del governo e del controllo sociale.

Allora, rimasero in disparte in pochi, ma quelli pagarono un carissimo prezzo per l’insubordinazione: in particolare, i movimenti indipendentisti scarsi dell’epoca e una parte del movimento sindacalista. Il sindacato CNT (anarchico), fu particolarmente punito dopo essersi opposto alla creazione dei consigli di fabbrica, uno strumento avallato dai patti, in quanto riteneva che avrebbe diviso la lotta operaia e generato una burocrazia sindacale gradualmente integrata. Il caso dell’attentato al ristorante Scala, ovviamente mai risolto, fu organizzato per accusare e liquidare la CNT quando gli altri sindacati avevano già accettato il nuovo contesto.

Il mito fabbricato sui patti di Moncloa, il mito che ora Sánchez vuole recuperare, afferma che furono molto efficaci per consolidare la democrazia e stabilizzare la società nel mezzo della crisi. Ma non dovremmo dimenticare che la democrazia che consolidarono in realtà è questa che subiamo oggi, ogni giorno. Con prigionieri politici, con l’esercito che pattuglia le strade, con l’autonomia catalana posta sotto sequestro da un’“autorità competente ”, con un potere giudiziario retrogrado e repressivo, con la monarchia che ruba senza freno. Tutto quello che può essere fatto oggi grazie alla costituzione spagnola non potrebbe essere fatto se nel 1977 il movimento democratico li avesse respinti e avesse scelto, e avesse potuto farcela, di proclamare la III Repubblica con un tribunale per giudicare il franchismo. Gli errori hanno un prezzo, come tutti potete vedere, ed è per questo che trovo eccessivo che ci chiedano di ripeterli ancora.

Tra l’altro se si guardano quegli anni in forma critica, nessuna delle fantasie giustificanti della transizione spagnola esemplare riesce a tenersi in piedi. Anche l’argomento della stabilità economica e della prosperità raggiunti attraverso i patti è falso. Se questa prosperità è esistita, anche solo temporaneamente, lo ha fatto non certo grazie agli sconti concessi dall’opposizione antifranchista, trasformati dalla letteratura agiografica nella “capacità di stringere grandi alleanze di stato”, ma grazie all’enorme piano Marshall che sono diventati i fondi europei e al saccheggio della Catalogna. Solo i fondi europei ricevuti dalla Spagna tra il 1985 e il 2010 lasciano un utile netto di 80 miliardi di euro, mentre l’intero piano Marshall ha contribuito con 58 miliardi in tutta Europa. E’ chiaro che questa pioggia di milioni si è vista, nonostante l’enorme dimensione della corruzione, eredità storica del regime alla quale, come sappiamo, hanno aderito con entusiasmo tutte le forze politiche cooptate già menzionate.

Ma guardate dove siamo arrivati. Prima ho invocato Marc Bloch. L’amatissimo storico alsaziano ci ha insegnato che se guardiamo solo il presente, non lo capiremo mai. L’orribile gestione di questa crisi sanitaria, questo modo suicida di lasciare abbandonate alla loro sorte persone, famiglie e imprese, la riaffermazione autoritaria e militare, il loro gusto per le uniformi e la violenza ufficiale, il No-Do (vedi nota a piè di pagina) in cui è diventata la maggior parte della stampa, l’antieuropeismo dilagante, l’odio verso il diverso, verso le donne, gli omosessuali, i catalani, verso qualsiasi differenza, la normalizzazione degli stati di eccezione, tutto ciò che oggi ci provoca angoscia e ci inorridisce nel guardare la società spagnola -e anche la catalana- non esisterebbe, quanto meno non esisterebbe così di certo, se alla fine degli anni settanta i democratici non si fossero lasciati prendere dal potere così dolcemente. O se, nell’ottobre del 2017, i politici catalani non avessero fatto marcia indietro.

State vivendo giorni angosciosi? Se è così, e penso che tutti noi li viviamo, sappiate che la cosa peggiore che ci può succedere è che ci prendano di nuovo in giro con un Patto di Moncloa e che evitino la “rottura fondatrice” che il movimento indipendentista catalano e gli altri movimenti del resto della Spagna stiamo cercando da dieci anni. Se succedesse una seconda volta, non sarebbe perdonato.

 

* traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/pactes-de-la-moncloa-que-no-ens-enganyen-de-nou/

 

Nota:

No-Do è il nome colloquiale di Noticiarios y Documentales, (“Notizie e documentari”), una serie controllata da cinegiornali cinematografici prodotta in Spagna dal 1943 al 1981 e strettamente associata al regime dittatoriale di Franco. Ai loro tempi d’oro, i cinegiornali No-Do contenevano una buona dose di propaganda e resoconti a favore dello Stato franchista. Erano il modo in cui Franco poteva avere il monopolio delle notizie per fornire informazioni pubbliche, censura e propaganda favorevole al regime.
I cinegiornali No-Do, contaminati dalla loro indelebile associazione con lo Stato franchista, sono caduti in disgrazia entro pochi anni dalla morte di Franco. L’ultimo No-Do è stato prodotto nel 1981. L’archivio No-Do è una risorsa importante di RTVE ed è spesso estratto per programmi di nostalgia.

 

P.S. 1. – Tutto questo trambusto sulla necessità di un accordo ampio e globale è un altro modo per aiutare Sánchez a spezzare il governo di coalizione tra PSOE e Podem. Anche.

 

P.S. 2. E ovviamente c’era un altro mondo possibile, una democrazia fattibile nonostante la minaccia militare, un modo degno per capirci e relazionarci. Lo dico oggi, in particolare, per mostrare il mio rispetto per un uomo che non si arrese, che sempre seppe stare dove doveva stare e chi ci è mancato proprio ora: Luís Eduardo Aute

Per alcune note in italiano sulla canzone “Al alba”, andate su

 https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=3488

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