DUE ITALIE: il nuovo antifascismo (2)

 

DUE ITALIE: il nuovo antifascismo (2)

Ascolto l’annuncio della sentenza del Parlamento Europeo su Junqueras e mi sembra un buon augurio. Forse il presidente David Sassoli vuole aiutarmi a introdurre l’altra faccia della medaglia italiana in Catalogna?

Primer pla del president de l’Eurocambra, David Sassoli, durant la roda de premsa sobre el Brexit, a Brussel·les el 12 de setembre del 2019.

Vilaweb.cat – Pau Vidal – 19.12.2019

I casi della vita, il primo collegamento che ricevo con la notizia della decisione della Corte di Lusssemburgo è quello di La Repubblica, il giornale più letto oggi nel paese. Non è un articolo di opinione, anche se il fatto stesso di dare o non dare un’informazione, e su quale pagina e con quale dimensione, è già una scelta ideologica. In realtà, la vera opinione pubblica si trova nei commenti, tutti travolgentemente contrari, spesso aggressivi contro tutto quello che puzza di indipendentismo. Un secolo e mezzo di nazionalismo italiota oltre ad alcuni lustri di bombardamento anticatalano, come raccontavo nell’articolo precedente, lo spiegano.

Ma avevamo anche detto che le cose cominciano a cambiare. Sullo stesso giornale, appunto, una voce di primo livello, come quella di Concita de Gregorio da tempo rema contro corrente; prima di lei, anche Marisol Brandolini ha dato l’anima, libro “piolinesco” incluso, per spiegare che il conflitto Catalogna-Spagna non c’entra nulla con la caricatura della Lega Nord. Per non parlare del lavoro più noto dell’attivista Simona Levi. Il racconto unidirezionale con il quale sono stati bombardati i loro connazionali per tanto tempo, si sta incrinando visibilmente.

Tuttavia, ancor più che nell’ambito giornalistico o nella costruzione che facciamo del racconto attraverso la scrittura, lo stato della questione sta cambiando all’interno del racconto stesso. Chiunque abbia frequentato gli ambienti della diaspora italiana a Barcellona sa che fino a pochi anni fa, era fortemente polarizzata: una sorta di élite filogovernativa (raggrupata attorno all’Istituto Italiano della Cultura, alla Scuola Italiana e alla Casa degli Italiani, istituzioni implementate nella città dal dopoguerra e con una spiccata tendenza verso destra) e poi, gli anti-berlusconiani (sbarcati a migliaia dopo l’esordio di Forza Italia e, più o meno, vicini all’associazione Altraitalia). In mezzo, pullulavano, ancora oggi, migliaia di padroni e impiegati del settore della ristorazione, meno consapevoli politicamente ma, in generale, poco inseriti nella “catalanitudine” tanto quanto i due gruppi precedenti.

Ebbene, è molto significativo che il declino dell’associazione di sinistra coincida con l’emergere di un nuovo modo di intendere l’antifascismo, finora patrimonio e tratto distintivo di quella. Lo descrive l’antropologo Stefano Portelli: ‘Che siano presenti degli italiani nelle proteste catalane dimostra quello che LAICAntifA e Foreign Friends of Catalonia spiegano da tempo: che non si tratta di una battaglia tra stati o tra identità, ma di uno degli scenari in cui l’antifascismo globale rifiuta il potere autoritario ed estrattivo che devasta il pianeta.”In effetti, i due enti appena menzionati sono molto attivi nella diffusione di questo doppio messaggio: primo, lavorando all’interno sulla ridefinizione di questa parola totemica, che era rimasta fossilizzata nella cecità dell’analisi post-marxista per capire il conflitto nazionale di oggi;  secondo proiettando la causa catalana all’estero attraverso la creazione di una rete di sostenitori. Una ‘diplomazia a km. 0’ chiamata a essere protagonista di grandi cose nell’immediato futuro.

Ho preso in prestito la citazione di Portelli a esempio di questa nuova Italia che, finalmente, sta emergendo come conseguenza del conflitto spagnolo-catalano. Autore di uno studio sulla demolizione delle case economiche del quartiere del Bon Pastor, La ciudad horizontal, fa parte come ricercatore di “Periferie Urbane”, un gruppo di lavoro dell’Istituto Catalano di Antropologia pieno, guarda caso, di collaboratori della sua stessa nazionalità. Ben diverso, invece, è il profilo di Fabio Barteri, biologo e blogger molto coinvolto in questa ridefinizione in corso del concetto di antifascismo, che lui stesso enuncia in quest’altro modo: ‘Riguardo alla Catalogna, il progressismo italiano ha cambiato parere. Ma, forse, è solo un’altra mania momentanea. Forse, semplicemente, si sono stancati di Podemos.’

Cosa hanno in comune Barteri e Portelli, oltre a essere due giovani talenti che arricchiscono il paese che ha avuto la fortuna di accoglierli? Entrambi hanno scritto (il secondo, insieme al fotografo Víctor Serri, un altro rappresentante di questa nuova specie) due articoli di risposta all’articolo di Mayayo e Lo Cascio di cui parlavo nel precedente articolo. Niente scherzi, perché non sono due storici qualsiasi. Il primo, assicurando che ‘chiunque abbia partecipato a questa lotta […] sa che il movimento in favore della Repubblica catalana è auto-organizzato, radicato nel territorio e profondamente popolare. E, soprattutto, antifascista.’ I secondi, aggiungendo che ‘la repressione del primo di ottobre ha portato al movimento tutta la generazione cresciuta nelle lotte degli anni novanta contro il servizio militare obbligatorio […] e molta gente proviene dall’anarchismo: non per creare un nuovo stato ma per l’incapacitá di rimanere indifferenti di fronte alla repressione’. Cose che, dette da chi è sceso in piazza invece di rimanere nell’ufficio della facoltà, hanno il valore della verità.

Antifascismo, dunque, come elemento di definizione. Ma non esclusivo di quella sinistra rigida, che rifiuta recalcitrante di denunciare le azioni manifestamente fasciste dello stato (corpi di sicurezza e magistratura) per reprimere la rivendicazione catalana. La nuova visione, più ampia e globale, dell’antifascismo del secolo XXI si è scrollato di dosso alcuni dogmi che appesantiscono il podemismo. Per esempio, e con questo riprendo l’idea conclusiva del primo articolo, l’aspetto linguistico. Perché la differenza più evidente, più immediata, quella che denota con più chiarezza (almeno agli occhi dei locali) la differenza di questo nuovo modo di guardare la realtà del paese, è il rispetto per la lingua. Portelli, Barteri, Serri, De Gregorio e Brandolini, ma anche Giralucci, Capitanio, Ferraiuolo, Selmini, Cingolani, Pitrola e tanti altri (chiedo scusa ai tanti che non menziono) collocano il catalano in un posto preminente del loro sguardo sulla Catalogna, sui Paesi Catalani, perché hanno capito una cosa semplice: che, almeno nel caso nostro, non esiste identità senza espressione linguistica.

Semplice tranne per quelli che non accettano che ciò contraddica il dogma.

* traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/dues-italies-nou-antifeixisme-opinio-pau-vidal/

 

 

 

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