DUE ITALIE, il pachistano (1)

DUE ITALIE, il pachistano  (1)

Vilaweb.cat – Pau Vidal – 12.12.2019

Oggi (12 dicembre 2019) comincia la Mostra di Cinema Italiano di Barcellona e, come tutti gli anni, la lingua catalana brillerà per la sua assenza. E’ la croce di una visione sdegnosa del nostro paese, che tuttavia inizia a incrinarsi

No lasciatevi ingannare dal logo. La Mostra (un evento culturale di prim’ordine, a cui consiglio vivamente di partecipare, malgrado tutto) è come un negozio di alimentari pachistano di Barcellona: l’unica cosa che vediamo in catalano è l’insegna commerciale sulla strada (per ottenere i contributi del governo catalano?). Tutto il resto, dai sottotitoli all’informazione sul web, dalle presentazioni al dibattiti, sarà rigorosamente bilingue italo-spagnolo. Esattamente come se fosse stata organizzata a Valladolid. Sotto un’apparenza di modernità, è la visione sorpassata e vecchia di sempre, di quella Italia intrappolata tra l’ammirazione post-mussoliniana per il dittatore Franco e la venerazione del Santo Zapatero durante la grigia era berlusconiana.

Fortunatamente, le cose stanno cambiando. La diaspora italiana in Catalogna è così numerosa che, finalmente, affiorano voci discordanti. O meglio, si fanno sentire. Perché di esserci, ce n’erano già prima. Tuttavia, la versione che arriva a Milano e a Roma del conflitto catalano-spagnolo è tuttora molto parziale e prevenuto (come se ce ne fosse bisogno!), tanto quanto l’occhio del partigianismo insiste a guardare la Catalogna attraverso il filtro di Podemos. Una voce tanto rispettata come la storica Paola Lo Cascio ancora insisteva il mese scorso (come co-autore con lo storico Andreu Mayayo) che l’indipendentismo è una ‘rivolta dei ricchi’ e associava gli antecedenti del sovranismo catalano al fascismo. ‘In Catalogna non è necessario l’intervento dell’Unione Europea. Naturalmente ci vuole una soluzione politica, ma fino a quando gli attivisti non riconoscano l’errore di aver forzato la costituzione, lo statuo e il regolamento del parlamento (ripetutamente avvertiti dai servizi giuridici della camera e all’unanimità dal Consiglio di Garanzie Statutarie), non ci sarà via di uscita possibile, perché non si può pretendere un dialogo senza accettare delle regole condivise. Si fa fatica a credere che una cosa del genere sia firmata da due referenti intellettuali dei Comuni.

Ma guarda un pò, quindici giorni dopo la pubblicazione su Il manifesto dell’articolo sopra, un mio amico di Pisa, lettore di quel giornale, mi inviò un whatsapp. Voleva sapere come vedevamo a Barcellona la possibilità di un accordo di governo PSOE-Podemos; segno che là se ne parlava. Ma la cosa pià significativa di questo messaggio è che rompeva un lunghissimo silenzio di oltre due anni, durente i quali era stato incapace di farmi arrivare una triste icona di solidarietà mentre il Tribunale Costituzionale giudicava e condannava un gruppo di dirigenti politici e civile a pene detentive deliranti. E il motivo non era, precisamente,  che la stampa transalpina non ne parlasse.

In questa lotta per raccontare la nostra versione, c’è una sorta di scioccante effetto specchio reciproco: sia il sovranismo che il podemismo, se permettete l’espressione, considerano decaduta l’interpretazione che l’altro fa sul problema. Per i primi, la sinistra internazionalista anti-sovrana sono quegli operai barbuti e macilenti del quadro Il quarto stato, quello del museo del Novecento; per i secondi, i seguaci dell’indipendenza siamo dei borghesi reazionari e tirchi delle commedie di Santiago Rusiñol (‘i problemi delle nostre società non possono essere risolti con ricette del XIX secolo’, scrivono nell’articolo). Ovviamente, sono due caricature che funzionano soltanto nell’ignoranza reciproca. La deformazione interessata del diverso (ora la chiamano disumanizzazione) si dissolve man mano che la distanza tra di noi si accorcia, e questo è quello che alcuni dicono che accadrà, prima o poi, tra indipendentisti e Comuni.

Nel caso che ci occupa, tuttavia, esiste un ostacolo molto evidente: il pregiudizio linguistico. Tranne pochissime eccezioni (a cominciare dalla dottoressa menzionata), l’italiano zapaterista non ne vuole sapere di lingua catalana, il che equivale a dire che non vuole sapere nulla di noi. Si rassegna a capirla, ma la disprezza e, di conseguenza, disprezza quelli che la parliamo. La considera una lingua locale e, pertanto, prescindibile, e per di più borghese, pertanto, demoniaca. Cacca.

Poiché la lingua è identità, difenderla implica il rischio di ricevere l’etichetta di suprematista, o razzista, che oggi applicchiamo senza discernere. Sempre di più, man mano che la corda della reciproca impazienza si tende. La lingua, dice il cittadino del mondo, non ha importanza, serve solo per comunicare, è soltanto uno strumento. La conseguenza paradossale di questo atteggiamento è che, in materia linguistica, l’internazionalista-solidario-con-tutti-i-popoli-oppressi diventa uno strumento propagatore delle lingue dominanti. Questo trascina l’intera analisi verso il fallimento.  Come puoi comprendere un conflitto come questo negando il ruolo chiave che gioca il fatto linguistico?

Al di fuori del mondo accademico e dei media, la supponenza anticatalana come nella revista Mongolia è in aumento. La superiorità morale della sinistra che ha teorizzato Ignacio Sánchez Cuenca sembra trasformarsi gradualmente in arroganza. Troppo aggressiva per essere soltanto un meccanismo di difesa. Secondo la sociologa Rossella Selmini, ‘indica soprattutto il nervosismo di coloro che constatano la perdita dell’egemonia culturale: quella dei portatori della verità assoluta (della sinistra, ma con argomentazioni di estrema destra) su come presentare la questione catalana in Italia’.

Potrebbe benissimo essere, perchè nel frattempo, a Bologna, alcune delle voci di cui ho parlato celebrano una doppia giornata sulla criminalizzazione della protesta in entrambi gli stati. Prova che, in effetti, il racconto pro-spagnolista non è più egemonico. In un prossimo articolo lo vedremo. Seguiteci.

* traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/dues-italies-paqui-1-opinio-pau-vidal/

 

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