Dal ‘caffè per tutti’ all’insonnia

L’architettura costituzionale ha annichilito qualunque possibilità di articolare una Spagna federale

ara.cat  13.12.2019   CARLES MUNDÓ

Carles Mundó, avocato e ex-ministro della Giustizia del Governo catalano

Questione territoriale, dossier catalano o “ eccezionalità indipendentista“. Il conflitto politico tra la Catalogna e lo Stato spagnolo è stato definito in molti modi nel corso del tempo, però continua a essere presente, come un grande elefante in mezzo alla stanza (detto inglese per indicare una cosa evidente che non si vuol vedere, ndt), un elefante che molti spesso fingono che non ci sia. L’incapacità dello Stato spagnolo di affrontare questo tema viene da lontano. Nella tappa attuale, l’ultimo tentativo di mettere in carreggiata il sistema politico spagnolo per abbordare “il problema catalano” lo troviamo nel titolo VIII della Costituzione spagnola del 1978, che definisce l’organizzazione territoriale dello Stato, che voleva essere il patto politico per dare risposta alle aspirazioni nazionali di una parte della società catalana riconoscendole un certo grado di autonomia e una certa eccezionalità, però una volta ancora ciò si è risolto solo in una fuga in avanti.

Alla fine degli anni Settanta, in piena Transizione, la Costituzione ridusse a niente il riconoscimento delle nazioni che costituiscono lo Stato spagnolo. Parlare de nazionalità e regioni già palesa la volontà di negare la plurinazionalità. All’epoca fece fortuna l’espressione ‘cafè per a tothom’ ( ovvero ‘caffè per tutti’, a indicare un’autonomia per tutte le regioni’ ndt), per eliminare l’eccezionalità delle nazioni catalana, basca e galiziana. L’argomentazione addotta dagli altri territori è che non volevano essere meno della Catalogna, perché qualsiasi differenza veniva interpretata come un privilegio e una concessione insolidale.

Quella che fu considerata una strategia modello per mitigare  l’ambizione nazionale dei catalani e dei baschi si è risolta in una bolla d’acqua.

Con il trascorrere degli anni quella che era stata elogiata da molti e considerata una strategia modello per mitigare l’ambizione nazionale di catalani e baschi si è risolta in una bolla d’acqua. Il caffè per tutti è oggi la causa dell’insonnia di uno Stato incapace di riconoscere la pluralità. I poteri dello Stato non possono dormire tranquilli e tanta caffeina ha risvegliato l’indipendentismo catalano, che negli ultimi anni è esploso, arrivando a contare sul supporto della metà dei  catalani.

L’architettura costituzionale ha annichilito ogni possibilità di articolare una Spagna federale. Dal punto di vista legale, la stessa Costituzione stabilisce un meccanismo di riforma che, in  pratica, la rende irriformabile nel caso in cui si vogliano definire limiti diversi dall’autonomia. La necessità di una maggioranza di tre quinti al Congresso e al Senato e di un referendum in tutto lo Stato per approvare la riforma mostrano chiaramente quante possibilità di successo abbia il tentativo di modificare una virgola in questo ambito. Ancor più complicata, però, è la cultura politica diffusa in molti settori sociali di tutto lo spettro ideologico, che, per decenni, sono stati alimentati con argomenti volti a rifiutare la pluralità. Nella logica per cui “la Spagna è una e non cinquantuno’’, detto di epoca franchista per sottolineare l’unità del Paese composto allora di cinquantuno province (ndt), nella cultura politica spagnola la differenza è percepita come un’anomalia da correggere e da combattere e non come una ricchezza da salvaguardare.

La cultura politica spagnola percepisce la differenza come un’anomalia da correggere e da combattere e non come una ricchezza da salvaguardare.

In effetti quel patto costituzionale fu sabotato dallo Stato stesso in modo unilaterale almeno tre volte: con la Loapa, la legge organica di armonizzazione del processo di autonomia, approvata dal PSOE nel 1982 per ricentralizzare lo Stato e negata poi dal Tribunale Costituzionale; con gli anni della maggioranza assoluta di José María Aznar che, nel 2000, dà avvio a una strategia aggressiva di nuova centralizzazione e di stigmatizzazione delle minoranze nazionali ripresa in seguito da Mariano Rajoy; e, infin,  con la sentenza contro lo Statuto d’Autonomia del 2006, che nuovamente interpreta in modo restrittivo la Costituzione e rompe ancora una volta il patto del 1978.

La politica spagnola non vuole né sa uscire dalla logica della “conllevancia” (sopportazione stoica) cui faceva riferimento il filosofo José Ortega y Gasset che, in occasione dell’approvazione dello Statuto d’Autonomia del 1932, durante la Seconda Repubblica, già sentenziava che “il problema catalano non è un problema da risolvere, ma da sopportare, e, solo conoscendo l’autenticità del problema, gli si può applicare un controveleno efficace”.

L’aritmetica parlamentare conseguente alle elezioni del 10-N lascia un PSOE preso in trappola che non vuole patteggiare con gli indipendentisti per non essere tacciato di traditore e non può patteggiare con la destra per non appannare la propria identità. Le trattative iniziate con Esquerra Republicana de Catalunya, frutto della necessità e non del convincimento, hanno obbligato a riconoscere quanto già sapevano tutti coloro che volevano saperlo: che effettivamente c’è un elefante in mezzo alla stanza e che il conflitto che si vive fra la Catalogna e la Spagna non è di convivenza, bensì politico Sarà una buona notizia che le trattative in corso servano a sbarrare il passo alla destra e per mettere la Spagna di nuovo davanti allo specchio. In tal modo più gente ancora capirà che abbiamo davanti uno Stato paralizzato da sé stesso, incapace di reinventarsi e di dare risposte utili, e constaterà che l’unico progetto avvincente è quello di aderire al progetto di una Catalogna indipendente.

* traduzione  Raffaella Paolessi

https://www.ara.cat/opinio/Carles-Mundo-Del-cafe-per-tothom-a-insomni_0_2361364007.html

 

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