Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 11

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Osservatorio settimanale
27/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini
CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 11
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Undicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano presso il Tribunal Supremo di Madrid: finita, almeno per il momento, la carrellata delle testimoninaze degli agenti di Policía Nacional e Guardia Civil, è il turno di rappresentanti delle istituzioni, dell’associazionismo, di ex-consiglieri della Generalitat.
A sfilare davanti alla Corte sono politici come il vice-presidente della Generalitat Pere Aragonés, allora segretario alla consiglieria di Economia, che però non testimonia perché implicato in altre istruttorie riguardanti l’1 ottobre, e il vice-sindaco di Barcellona Gerardo Pisarello, candidato alle elezioni del 28 aprile per la Camera nella lista catalana En Comú Podem, collegata con Unidas-Podemos. O come le sindache di Vilanova i la Geltrú, Neus Lloveras, che nell’autunno catalano era presidente dell’AMI (Associació de Municipis per la Independència), e di Sant Vicenç dels Horts, Maite Aymerich, cittadina di residenza di Oriol Junqueras (imputato, già vicepresidente del Governo della Generalitat). O ancora, Joan Ignasi Elena, che fu coordinatore del Pacte Nacional pel Referèndum, l’ultimo tentativo fatto dalla Catalogna per richiedere un referendum concordato con lo Stato e naufragato al principio dell’estate del 2017.
A passare per il banco dei testimoni sono Maritxell Ruiz, consigliera della Presidenza fino al 14 luglio 2017, quando decise di rinunciare all’incarico per motivi personali che non avevano a che vedere con la celebrazione del referendum dell’1 ottobre, la quale dichiara che, pur essendo a quell’epoca evidente che ci sarebbe stato un aumento del conflitto con lo Stato, «nel Governo si parlava sempre di un referendum pattuito».
Anche Jordi Jané e Jordi Baiget sono chiamati dall’accusa a testimoniare in quanto rispettivamente ex-consigliere degli Interni ed ex-consigliere dell’Industria. Entrambi lasciarono l’incarico nella prima metà di luglio. Il primo per scelta propria «per un insieme di cause»; precisa che «nel Governo si cercava sempre una soluzione concordata con lo Stato, per quanto fosse chiaro che c’era una certa possibilità che il Governo cambiasse orientamento». Il secondo, invece, per scelta del presidente Carles Puigdemont, «per il venir meno della fiducia»; anch’egli conferma che «il Governo non stava pianificando la via unilaterale». Così come Albert Batlle, l’ex-direttore dei Mossos d’Esquadra che nel luglio del 2017 presentò le sue dimissioni all’appena nominato consigliere degli Interni Quim Form, «ma non per la sua nomina», chiarisce. «Non mi sentivo a mio agio ‒ aggiunge – perché avevo notato un certo disagio dei partiti che sostenevano il Governo catalano nei confronti della mia persona», per ragioni legate alla gestione dell’ordine pubblico. «Non c’era interferenza politica sugli operativi definiti dai Mossos ‒ afferma senza titubanza ‒. Trapero, che io proposi come major, era molto geloso delle sue competenze in materia giudiziaria e non avrebbe accettato nessuna ingerenza politca».
Ma soprattutto questa settimana è stato il turno dei testi della difesa, dei rappresentanti di quell’associazionismo radicato nel tessuto catalano, che scommette sulla non violenza, sull’accoglienza dei migranti, sulla coesione sociale.
«Conosco Romeva (imputato, consigliere agli affari esteri del Governo Puigdemont, ndr) da 27 anni», dice Jordi Armadans, presidente di Fundipau, una fondazione che promuove i valori della non violenza e della pace: assieme hanno fatto campagne sui temi della pace, contro le armi nucleari e per il disarmo. «Romeva è convinto che la violenza non sia mai accettabile e che il conflitto vada risolto col dialogo ‒ afferma ‒. Il 18 ottobre 2017 nasce En peu de pau (Sul piede di pace), uno spazio plurale con persone di molte provenienze, per risaltare le mobilitazioni pacifiche e rafforzarle». E aggiunge: «Il 20 settembre, davanti a Economia, l’ambiente era molto rilassato e l’1 di ottobre c’era tanta gente che si auto-organizzava, con molto civismo, senza nessun incidente». La sua testimonianza recupera il discorso pacifista del movimento indipendentista che gli imputati accusati di ribellione hanno sempre rivendicato.
Quindi è la volta di Ruben Wagensberg, oggi deputato di Esquerra Republicana al Parlamento catalano che, nel febbraio del 2017, costruì a Barcellona, con CasaNostraCasaVostra, la manifestazione più partecipata mai vista in Europa per l’accoglienza ai rifugiati. Spiega che l’associazione Òmnium (presieduta dall’imputato Jordi Cuixart) fu uno dei soggetti più attivi nella riuscita di quella mobilitazione. E afferma che «l’1 di ottobre fu l’atto di disobbedienza più importante in Europa degli ultimi anni».
Ritorna così il tema della disobbedienza civile su cui Jordi Cuixart aveva impostato, nei primi giorni del processo, la sua difesa. «En peu de pau – spiega David Fernández, giornalista e deputato della Candidatura d’Unitat Popular nella legislazione precedente a quella dell’autunno catalano – si ispirava al valore della cultura pacifica della disobbedienza civile». All’interno di quell’associazione si facevano corsi di formazione sulla non-violenza «perché le persone possano, in situazioni complicate, avere consapevolezza dei propri limiti e di come resistere in termini di autocontrollo e di inviolabilità dell’altro». «Ero consapevole l’1 di ottobre di stare disobbedendo al mandato giudiziario: se l’autodeterminazione è un delitto, allora m’incolpo e dichiaro di essere recidivo», risponde alla domanda del pubblico ministero. Che rimane attonito davanti alla spiegazione di come si eserciti l’azione diretta non violenta: «Si fa interponendo i corpi in maniera pacifica, erigendo una muraglia umana per rendere difficile l’intervento della polizia». È una rappresentazione dell’autunno catalano del tutto diversa da quella descritta dalle polizie spagnole nei giorni precedenti.

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