Zero cognomi catalani

Diario16 – Xavier Diez03/03/2019  – https://diario16.com/cero-apellidos-catalanes/
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E’ diventato un luogo comune stabilire un ritratto dei catalani come dei “suprematisti”. Si tratta di un fenomeno collegato alla sorprendente scoperta che una percentuale considerevole, probabilmente maggioritaria, dei residenti in Catalogna sono diventati indipendentisti, verosimilmente in modo irreversibile. Rifiutano di rimanere nel Regno della Spagna. Fenomeno recente, ma non strano. Nei diversi sondaggi del CIS (Centro de Investigaciones Sociologicas) effettuati nelle ultime decadi eravamo sempre i meno simpatici tra tutti quelli che condividiamo la nazionalità. I topici ci descrivevano con appellativi come “taccagni”, con delle arie di superiorità, e “molto sulle sue”, attributi che, a proposito, sono molto simili ai pregiudizi contro gli ebrei nelle società europee, sempre sospettati di rappresentare un “corpo estraneo” tra la comunità. Addirittura le stesse barzellette antisemite, in Spagna sono state utilizzate contro i catalani. Adesso, con una crisi sistemica del regime del 78 (la prima legislatura dopo il franchismo) nel quale il sovranismo repubblicano ha avuto un ruolo preponderante, questo processo si è acuito.
 
La deformazione del conflitto, a partire dal “aporellismo” (= più o meno “prendiamoli”) mediatico e giudiziario o dalla manipolazione dei più bassi istinti da parte di determinate formazioni politiche, hanno contribuito a costruire una disumanizzazione di sette milioni e mezzo di persone che, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche sono criminalizzate per essere quello che sono. O peggio ancora, stabilendo delle categorie, come se quei milioni di cittadini della Catalogna che hanno deciso di rompere con la Spagna fossero intrinsecamente perversi, una specie di eretici contemporanei i quali dovrebbero essere “disinfettati”, come il ministro degli Affari Esteri Borrell ha dichiarato.
 
Questo “racconto”, senza dubbio, è stato promosso da un oligopolio dei media, specialmente della televisione, che in Spagna non si è mai caratterizzato per la pluralità. Anzi, come si evince da uno studio del ricercatore dell’ Università Complutense di Madrid, Javier Muñoz Soro, i media spagnoli attuali seguono una linea di continuità molto chiara rispetto alla corporazione giornalistica formatasi durante la dittatura, finanziati da settori imprenditoriali estrettamente in rapporto con il franchismo e che, tradizionalmente, sono serviti da strumento per potenziare uno spirito uniforme e autoritario tra la società spagnola, complementata da una cultura televisiva –in un paese con deficit di lettura e coscienza critica- nel quale sono stati deliberatamente invisibilizzati tutti gli elementi che non concordano con l’idea di identità nazionale tendente a confondere la Spagna con Madrid.
 
Non prendiamoci in giro nel credere che il pregiudizio anticatalano sia qualcosa di recente. Di fatto, la repressione contro la Catalogna è stata uno degli elementi sui quali si è costruita l’identità spagnola; tutti sappiamo che quello che coesiona di più è l’avere un nemico esterno o interno. Pochi sanno che l’appellativo “polacco” ha la sua origine nei primi anni del dopoguerra quando l’esercito franchista, emulando la Wehrmacht, chiamava così le reclute catalane per ricordare la loro condizione di popolo sottomesso. Le arringhe anticatalane di Quevedo riguardavano lo spirito antimonarchico dei catalani: “Sono un aborto mostruoso della politica, liberi con il signore”, cioè, non si sottomettevano allo spirito assolutista della monarchia spagnola. Di fatto, uno dei segni d’identità della Catalogna è la sua avversione al potere e la tradizione libertaria. Perfino lo storico Jaume Vicens Vives contabilizzò fino a 11 rivoluzioni (il popolo europeo più rivoluzionario), rendendolo specialmente scomodo a un regime che proviene direttamente dal totalitarismo più longevo di Europa, incapace di staccarsi da una monarchia rancida come quella che occupa l’autorità suprema dello stato attuale.
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Tornando all’inizio. Risulta curioso qualificare di “nazi” un indipendentismo che proviene precisamente dalla resistenza antifranchista, che nella seconda guerra mondiale partecipò apertamente accanto agli alleati e ai resistenti (di fronte a una Spagna che inviò 50.000 soldati sotto uniforme della Wehrmatch ed è corresponsabile del crimine di guerra dell’assedio di Leningrado). Ma si sa, i propagandisti attuali hanno ben assimilato la massima di Goebbels: una bugia ripetuta mille volte può diventare una verità.
Ogni menzogna, per essere credibile, deve contenere qualche elemento di verità. E’ vero che, tra i circoli intellettuali catalanisti degli anni 30 furono elaborate e diffuse alcune idee ostili all’immigrazione rurale spagnola. Dei reportage come quelli di Carles Sentís o di Josep Maria Planes alimentavano il mito del “murciano”, non tanto per le sue origini, quanto per il fatto che molti di loro esercitavano la loro integrazione sociale a partire da una CNT (anarchisti) che stabilì una dura rivalità e conflitto con il catalanesimo progressista e repubblicano dell’epoca. Forse il demografo e statistico Josep Anton Vandellós con il libro “Catalunya, poble decadent?” intellettualizzò l’avversione all’immigrazione di lingua non catalana, considerando che poteva prodursi una sostituzione linguistica e culturale se non si faceva fronte a un’endemica bassa natalità catalana (la demografa Anna Cabré lo denomina il “sistema catalano di riproduzione”) e se si aprivano le porte a una popolazione estranea. Ma il lato negativo di esporre dei casi isolati, di elevare l’aneddoto alla condizione di categoria, è che viene tergiversata la realtà.
 
Dall’inizio del XX° secolo fino al processo di Nuremberg, la eugenesia era di moda ed era considerata una proposta politica di un certo prestigio intellettuale. Una proposta assunta dal nazismo fino ai propri anarchisti, che diffondevano queste idee in riviste come Eugenia, Salud y Fuerza, Estudios, Generación Consciente e tante altre. Infatti, perfino il movimento anarchista, che tanti migranti rurali e meridionali riuscì a integrare nella vita pubblica catalana, erano ostili a determinate pratiche culturali (la crudeltà contro gli animali, l’alcolismo, la prostituzione e le conseguenti malattie associate, in favore di un controllo della natalità, ma anche in favore della sterilizzazione di quelli considerati non adatti). Di fatto, prima delle leggi eugenesiche tedesche, questo tipo di politiche erano già state sperimentate in alcuni stati degli Stati Uniti o in Scandinavia.
Anche il franchismo non era estraneo a questa perversa idea, a partire dalle iniziative del Mengele spagnolo, il psichiatra Antonio Vallejo-Nájera, ossessionato a estirpare il “gene rosso” dalla società spagnola, che fu responsabile del furto di migliaia di bambini a delle famiglie repubblicane, con la partecipazione entusiasta –e benefici crematistici- della chiesa cattolica.
 
Una cosa è certa, e non c’è discussione possibile (eccetto, ovviamente, tra quelli che ribadiscono mille volte la menzogna del “razzismo catalano”) la Catalogna è una nazione senza alcun componente etnico specifico. Tutt’al più, può considerarsi una nazione culturale, anche se dal mio sguardo da storico, piuttosto si tratta di un’ente post-nazionale fondata sulla volontà di esserlo e sulla resistenza all’assimilazione rispetto a uno stato ostile. Vicens Vives, in una popolare opera del 1954 “Noticia de Cataluña” (la censura impedì la pubblicazione con il titolo originale “Nosotros, los catalanes”), considera il territorio come una “terra di passaggio” nella quale si insediavano diversi popoli e individui, conformandosi come un’entità a partire dall’amalgama eterogenea e in costruzione permanente. Un esempio: durante i secoli XVI-XVII, sulla base dei censimenti e i documenti dell’epoca, si considera che circa il 40% della forza lavoro è costituita da migranti occitani, che fuggivano dal feudalesimo della Francia meridionale. La Barcellona moderna, portuale e cosmopolita, cosí como la maggior parte delle aree marittime, attraevano diaspore mercantili e tecnici specializzati di tutto il continente, specialmente dalle coste italiane. Verso la fine del XIX° secolo, con una popolazione di 2 milioni, il contributo demografico proveniva principalmente dal Paese Valenziano e dall’Aragona. Agli inizi del XX° secolo, cominciarono ad arrivare andalusi, molti dei quali fuggivano dalla repressione rurale e persecuzione politica in un periodo di importanti movimenti sociali. Barcellona, capitale dell’anarchismo, era un rifugio e un luogo dove passare inosservato per tutti quelli che erano perseguitati.
 
Ma senza dubbio, quello che spesso si dimentica è che con 2,7 milioni di residenti poco prima dello scoppio della guerra civile, la Catalogna accolse più di un milione di rifugiati dalle aree controllate dall’esercito nazionale di Franco. Un milione di rifugiati che scappavano da morte sicura o da una repressione che, senza esagerare, lo storico britannico Paul Preston ha qualificato di “olocausto spagnolo”. Molti di loro riuscirono a esiliarsi verso la fine della guerra (440.000 è la cifra dell’esodo repubblicano del 1939), e molti altri poterono rimanere incorporandosi in una società catalana ostile al franchismo.
Durante il periodo franchista diverse ondate migratorie arrivarono in Catalogna. Quasi mai si dice che molti di loro erano perdenti o figli di perdenti della guerra civile e rimanere nei loro paesi implicava subire una repressione sistematica o una condizione di “paria” nelle rispettive comunità di origine. Fuggire verso la Catalogna, dove la vita non era precisamente facile, serviva per passare inosservato ma, malgrado tutto, per molti di loro risultava comodo vivere in un luogo dove la maggioranza della popolazione era ostile al franchismo. E’ anche vero che ci fu un altro tipo di “migrante”: un numero importante di funzionari del regime, fascisti, militari, poliziotti con le loro famiglie, il cui scopo era reprimere una popolazione civile dissidente e allergica al regime, molti di loro stabilirono alleanze con alcuni settori della borghesia catalana fedele al regime e castiglianizzata. Una buona parte di questi e i loro discendenti sono quelli che oggi fanno parte di spazi e partiti politici come Ciudadanos o Partido Popular, e ciò spiega la loro ossessione contro il catalanesimo, oltre a nutrire una estrema destra violenta e protetta dal potere giudiziario e dalle forze di polizia. Por questo, non sorprende che nelle loro manifestazioni venga acclamato il palazzo del Commando Supremo della Polizia che si trova nella Via Laietana, un tetro spazio conosciuto per le torture e le esecuzioni extra-giudiziarie, un vero e proprio Abu Grahib europeo.
 
Certo è che, demograficamente, la popolazione catalana è passata da 2,8 milioni secondo il censimento del 1940 a 5,1 milioni nel 1970 (specialmente intensa fu l’ondata di inmigrazione, di carattere più económico que politico, degli anni sessanta, passando da 3,9 a 5,1 milioni). Inoltre, tra le élite franchiste si tentava di potenziare una “spagnolizzazione” della società catalana, stimolata deliberatamente. Naturalmente, questa moltiplicazione della società (si dice che tra i residenti del 1975 c’erano più nati fuori che dentro la Catalogna) supponeva una sfida titanica di sopravvivenza dell’identità catalana. E’ per questo che, uniti dall’antifranchismo, si stabilisce un’alleanza tattica tra il catalanesimo moderato delle classi medie urbane, alcuni settori della borghesia catalana e il movimento operaio clandestino. Questa specie di intesa è stata simbolizzata spesso dalle figure di Jordi Pujol e di Paco Candel.

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Paco Candel e Jordi Pujol

Nel primo caso, e troncando chiaramente con Vandellós (citato all’inizio), considerò che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna” (ma qualcuno dimentica) “e che non gli è ostile”. E’ importante questa precisazione, perché una buona parte dei rappresentanti politici che ora si autodenominano “costituzionalisti”, fondamentano i loro discorsi nell’ostilità e il disprezzo verso la Catalogna, la lingua e i suoi elementi culturali e, in realtà, si dedicano a perseguire l’obiettivo di ridurre la Catalogna a una regione assimilata alla spagnolità ufficiale.
Il secondo caso è Paco Candel, autore di uno dei testi fondamentali del secolo scorso “Los otros catalanes”, perché massimizza una visione della catalanità plurale e trasversale, un messaggio molto interessante e assunto durante decadi, anche oggi, che si potrebbe riassumere nell’idea che ognuno può esercitare la propria catalanità a modo suo. In altri termini, che la catalanità non si fonda in essenze immutabili ma, anzi, rappresenta l’idea di mescolanza, di addizione di componenti diversi che permette di reinventare l’identità ad ogni generazione. Ciò implica che la Catalogna assume, in certo modo, una idea di identità “post-nazionale”, come gli Stati Uniti, il Canada o l’Argentina, lontano dal concetto del Ius Sanguinis proprio della Germania o della Spagna, secondo la quale l’identità è determinata dall’etnicità (sono spagnoli i discendenti da spagnoli) e un passato (normalmente reinventato sulla base di miti), immutabile, e che richiede una assimilazione culturale d’accordo ai modelli castigliani. Qualsiasi elemento che scappa a questa definizione è rifiutato o ridotto a una condizione subalterna e folkloristica.
 
Questa idea è molto rilevante. Alla catalanità, in realtà cittadinanza politica, l’idea di potersi incorporare alla nazione mediante un esercizio di volontà, spiega il successo dell’immersione linguistica. Contrariamente alla propaganda catalanofoba e alle assurde accuse di suprematismo, furono precisamente i genitori andalusi, dell’Estremadura o della Murcia a fare pressione sulle autorità educative chiedendo che la scuola rendesse il catalano come lingua veicolare. Si trattava di una strategia sociale. Le famiglie consideravano che i loro figli dovevano dominare la lingua del paese per ottenere maggiori possibilità lavorative, ma anche per interagire sullo stesso piano di uguaglianza, nella società che li aveva accolti. Il catalano era un passaporto per l’ascensore sociale, ma era anche espressione di rispetto verso la società di accoglienza ed era rivendicazione di poter interagire in eguaglianza di condizioni con gli autoctoni. Il gesto di dominare la lingua catalana implicava una certa capacità di mescolarsi sociale e famigliarmente in una società già abituata alla diversità. I gruppi di amici sono misti, le famiglie sono miste, e dopo alcune decadi dal lutto migratorio, la grande maggioranza della società catalana pensa al presente e al futuro, più che al passato. Per molti figli e nipoti di andalusi ed estremeni risulta assurdo che le loro origini debbano determinare i loro affetti, in un contesto in cui l’identità muta velocemente. Dominare  due lingue permette immergersi in due cosmovisioni, ma utilizzare la lingua del paese suppone la dichiarazione, con i fatti, della volontà di partecipazione nella costruzione collettiva e permanente di una identità dinamica. La dualità identitaria (quel settore demografico che rimane tra il 40% che si sente tanto catalano quanto spagnolo) si è mantenuta nelle ultime decadi malgrado il crescente assedio all’identità catalana promosso dallo spirito del bunker franchista. E a causa di ciò, il “mi sento più spagnolo che catalano oppure soltanto spagnolo” si è ridotto (rappresenta un 10,2% nel 2016 e continua a scendere).
 
E’ vero che a partire dagli anni 90, specialmente grazie a personaggi come Aznar, c’è stato uno sforzo costante per minare le istituzioni e l’identità. In altre parole, l’aggressività del franchismo è rinata in una democrazia sempre più ipotetica. In un certo qual modo, l’anticatalanismo con le proprie ossessioni contro la presenza pubblica della lingua (molti si sorprendono ancora che il numero delle tesi dottorali presentate in inglese e in catalano superino quelle in spagnolo o che il consumo di radio e stampa scritta abbia superato il castigliano), l’immersione linguistica, TV3 è riuscita a stabilire uno stato di opinione di un’ostilità irrespirabile contro la Catalogna.
 
Perché? Al di là della dimensione morale, si cela l’idea che stanno perdendo la Catalogna. Contrariamente alle menzogne ripetute mille volte dai media, ciò non è dovuto al perfido nazionalismo catalano, alla perfida Albione, ai bot russi, o alle cospirazioni e ribellioni immaginarie. Sebbene il distacco emozionale sperimentato da molti catalani sia dovuto alla catalanofobia di alcuni e al silenzio complice di altri, esistono processi più profondi che spiegano un progressivo allontanamento tra la Spagna e la Catalogna. Parliamo, ad esempio, di una cultura politica divergente: una basata sulla pervivenza del franchismo nelle proprie istituzioni strategiche, mentre l’altra si basa nell’antifascismo militante, che illustra, tanto per dare un esempio, un sistema di partiti più concorde con la logica continentale piuttosto che con la iberica. Parliamo anche di una identità, la spagnola di matrice castigliana, rocciosa, inalterabile, escludente, poco permeabile alla pluralità e intollerante con la dissidenza, mente l’altra, la catalana, dinamica, eterogenea, mutante, che per sopravvivere, si re-inventa ad ogni generazione. Inoltre, è facile essere catalano, basta soltanto volerlo essere.
 
Forse quello che allarma di più i settori dello stato profondo disegnatori delle strategie politiche e sociali è che, precisamente queste differenze profonde rendono la Catalogna uno spazio meno spagnolo, anche se non necessariamente più catalano, ma certo più globale. Infatti, quelli che si autodenominano costituzionalisti, e che sarebbe meglio chiamare “unionisti” nel senso che aspirano a esercitare un ruolo simile ai protestanti monarchici dell’Ulster, manifestano un timore profondo a una crescente irrilevanza nel dibattito pubblico e nella loro capacità di influenzare in seno alla società catalana. Si tratta di sostenitori di una “Catalogna spagnola” spogliata di ogni segno di identità che la distingua da Madrid, Valladolid o Siviglia, subordinata agli interessi economici e alla concezione culturale della capitale dello stato. Per questo la loro ossessione contro la lingua, il sistema educativo e mediatico proprio, oltre a un profondo disprezzo verso la Catalogna che non si colloca fuori dall’area metropolitana di Barcellona.
 
In altre parole, che i 117.000 residenti in Catalogna nati in Estremadura convivono con 207.000 catalani nati in Marocco. Che, secondo il censimento continuo, ci sono 1,3 milioni di residenti nati nello stato, di fronte a 1,4 milioni di nati all’estero. Che questo implica una nuova, l’ennesima re-invenzione della catalanità e che, ad alcuni, questa situazione crea angoscia. Specialmente, quando una buona parte dei dirigenti politici del PP e C’s esprimono una grande ostilità contro l’immigrazione (non la propria, ovvio), o nelle manifestazioni unioniste (dove è abituale la presenza di una estrema destra che, spesso, ha aggredito a persone dall’aspetto africano o asiatico), l’idea di una Catalogna dove il componente spagnolo non scompare, ma muta ed evoluziona per contatto con altre culture e cosmovisioni, a loro sembra  un’eresia. Si osserva che questo odio e disprezzo verso tutto quello che è catalano occulta un timore verso un declassamento. Perché, in una Repubblica catalana, un estremeno non dovrebbe avere gli stessi diritti e doveri di un argentino, un algerino o uno di Lleida? Quelli che pensano che l’unica nazione, la spagnola, è l’unica esistente, e viene determinata dal sangue e dalla genealogia (ricordo che in Spagna regge il Ius Sanguinis, mentre non conosco un solo indipendentista che non consideri essenziale instaurare il Ius Solis), vedono con preoccupazione l’uguaglianza che tanto reclamano.
 
Esistono altri fattori che generano angoscia. Dovrebbe essere chiaro che è catalano chiunque vive e lavora (o no) in Catalogna e non le è ostile. In altre parole, è catalano chiunque voglia esserlo. Una Catalogna etnica è impraticabile. Secondo l’Istituto Statistico della Catalogna, solo un 24 % dei residenti catalani hanno i quattro nonni nati in Catalogna (e circa il 16% ha “otto cognomi catalani”). Invece, secondo i sondaggi, la percentuale  di indipendentisti oscilla, negli ultimi anni, tra il 45 e il 55%, che aumenta al 60% tra i nati in Catalogna, e tra i minori di 40 anni, e continua ad aumentare. Altre curiosità, il 31% di indipendentisti non hanno nonni nati in in Catalogna, percentuale che cresce man mano che gli intervistati si definiscono più di sinistra o hanno un più alto livello di formazione. La questione del livello di formazione non c’entra con il “suprematismo”, ma con il fatto che corrisponde spesso con persone che hanno avuto più contatti con la pluralità del paese. Quindi, se non fosse per la mala fede di chi pretende disaccreditare l’indipendentismo considerandoli razzisti o suprematisti, l’identità non c’entra con la genealogía, nemmeno con la nascita ma, semplicemente, con la volontà. Nessun cognome catalano, come nel caso del sottoscritto o come Antonio Baños o como David Fernández, ci da sufficiente libertà per essere quello che vogliamo.
Chi è catalano? Facciamo la domanda in altri termini: chi è spagnolo? Oltre la dimensione amministrativa, è spagnolo il residente britannico della Costa del Sol che non parla, non vuole parlare spagnolo e disprezza i loro vicini, che vive nella propria bolla e si lamenta apertamente che nessuno si rivolge a lui in inglese? La risposta è ovvia.
E proprio per questo, l’identità catalana, flessibile e relativa è l’esatto opposto dell’essenzialismo. Dopotutto, l’indipendenza è una questione del repubblicanismo egemonico dei catalani. Per questo il franchismo ci ha dichiarato guerra.
*traduzione  Àngels Fita – AncItalia

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