L'avara povertà di Catalogna …

 
Come mai una società ricca, colta, aperta, europeista, storicamente industrializzata e tecnologicamente avanzata come quella catalana, ha eletto, nelle ultime due consultazioni elettorali, una coalizione indipendentista, pur sapendo che l’indipendenza, a causa della «dottrina Prodi», condurrebbe la Catalogna automaticamente fuori dall’Europa, con tutte le conseguenze del caso? Buona parte della stampa italiana (e non solo) ha trovato il movente dell’indipendentismo nelle pulsioni egoistiche di una regione ricca, che separandosi dalla Spagna terrebbe per sé e solo per sé la propria ricchezza. Tale impostazione, a dir poco riduttiva, non tiene conto della specificità della Catalogna. Non tiene conto, cioè, di un sentimento storico di disaffezione di una comunità verso una madrepatria mai sentita come tale. A queste ragioni antiche, ma sempre vive nella coscienza catalana, se ne sono sommate altre recenti, che le hanno ancor più attualizzate e fatte deflagrare. Iniziamo dalla storia.
Nel 1640 Portogallo e Catalogna si ribellano al potere della Corona spagnola. Il Paese lusitano conquisterà l’indipendenza, mai più rimessa in discussione, e un monumento in Praça dos Resturadores, una delle piazze più luminose di Lisbona, celebra l’evento. Il motivo occasionale della ribellione portoghese fu l’inasprirsi della fiscalità spagnola, che doveva finanziare le numerose guerre contro la Francia di Luigi XIV; lo stesso accadde a Napoli qualche anno dopo, ma nel vicereame dell’Italia meridionale la rivolta fu solo un fuoco fatuo. La Catalogna, da parte sua, aveva un ulteriore motivo di scontento, anch’esso legato allo stato di guerra permanente tra Spagna e Francia: infatti, le truppe mercenarie dell’esercito spagnolo soggiornavano ai confini con la Francia, cioè in Catalogna, e la popolazione locale era esasperata dai continui soprusi della soldataglia.
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Tali vessazioni sono raccontate in «Els Segadors»(I mietitori), dal 1993 Inno ufficiale della comunità autonoma della Catalogna. Saranno appunto i mietitori a ribellarsi, entrando a Barcellona il 7 giugno del 1640 (giorno del Corpus Domini), e armati di falce (era tempo di mietitura), faranno strage di svariati funzionari governativi, compreso il viceré. Fu l’inizio di una rivolta anti-spagnola che si concluderà nel 1641, con la proclamazione della repubblica catalana, sotto la protezione della Francia. Durerà poco: nel 1652 la Spagna riprenderà il controllo della Catalogna, e con l’accordo di pace tra Francia e Spagna del 1659 (Trattato dei Pirenei), la parte nord della regione passerà alla Francia, restandoci fino ai giorni nostri. (Si tratta della regione di Perpignan, Pirenei Orientali, dove ancora oggi resistono lingua e cultura catalane, sebbene non a livello ufficiale). Questa è la prima disfatta del progetto di una repubblica catalana indipendente, che termina nel peggior modo possibile: con la mutilazione dell’unità territoriale.
Il secondo conato di indipendenza si ha all’epoca della guerra di successione spagnola, quando i catalani si schierano per la continuità asburgica; la guerra, però, viene vinta dai Borbone, e Filippo V diventa nuovo re di Spagna. Barcellona prova a resistere, ma viene sconfitta dall’esercito borbonico, che dopo quattordici mesi d’assedio entra in città l’undici settembre del 1714. E l’undici settembre di ogni anno ricorre la Diada, cioè il «giorno dell’orgoglio catalano»: una «nazione» che non è riuscita a farsi Stato non ha una vittoria da celebrare e deve accontentarsi di una «gloriosa sconfitta».
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Questo secondo rovescio sarà ancora più pesante, perché Filippo V di Borbone, nel 1716, abolirà il principato di Catalogna e le conseguenti autonomie di cui la regione godeva da sempre. «Chiamasi la Catalogna principato e non regno, ed hanno loro privilegi e capitoli, fuora de’ quali el re non gli può maneggiare», scriveva Guicciardini nel 1512, nel suo «Diario del viaggio in Spagna». Nel corso del Settecento, anche la lingua catalana verrà osteggiata dal potere centrale, ed esclusa da ogni uso ufficiale, nonostante si trattasse di una lingua secolare e compiuta che alla fine del Quattrocento aveva creato un capolavoro letterario, fonte d’ispirazione per lo stesso Cervantes: il romanzo cavalleresco «Tirant lo Blanc», scritto dal valenciano Joanot Martorell e recentemente ri-tradotto in italiano. Tale decadenza durerà un secolo circa, perché nel corso dell’Ottocento si avrà la cosiddetta Renaixença (Rinascita) linguistica e culturale. Intanto, la Catalogna andava sviluppandosi come realtà industriale, e al fine di aiutarne il decollo, le autorità locali premevano sul governo centrale affinché adottasse una politica protezionistica, per salvaguardare soprattutto la nascente industria tessile. Il governo rispose con un accordo libero-scambista con la Gran Bretagna, e questa fu una delle cause di una rivolta che infiammò Barcellona, in cui presero piede anche istanze repubblicane e indipendentiste, sebbene non costituissero il cuore della ribellione: il governo centrale rispose usando i cannoni. Barcellona fu bombardata e ridotta all’ordine: siamo nel dicembre del 1842; al bombardamento seguì la repressione, con l’inasprirsi del fisco e la chiusura di giornali e associazioni sgradite al governo. «La Catalogna uscì delusa dalla prova; aveva creduto di poter dirigere la politica spagnola e si trovò, invece, assediata, vinta e imbavagliata. Suo unico compenso fu che, in tali circostanze, la borghesia si ritrovò con le mani libere per industrializzare il paese», scrive lo storico Jaime Vicens Vives. Inizia così l’epopea della borghesia catalana, il cui segno estetico, indelebile, saranno le architetture moderniste che ancora oggi costituiscono i simboli di Barcellona. Il periodo di più intenso splendore della capitale catalana può essere racchiuso tra le due Esposizioni Universali che la città ospiterà, nel 1888 e nel 1929. A livello politico le cose restano difficili, nonostante il recupero di alcune autonomie, come l’istituzione, nel 1914, della Mancomunitat de Catalunya, che però sarà abolita, nel 1925, da Miguel Primo de Rivera, che aveva preso il potere nel 1923 con un colpo di Stato, e instaurato una dittatura militare, col sostegno del re Alfonso XIII, che durerà fino al 1930. Le elezioni che si terranno l’anno seguente dànno la maggioranza a una coalizione socialista-repubblicana, e questo indurrà il monarca a prendere la via dell’esilio: nel 1931, dunque, nasce la seconda repubblica spagnola.
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Contestualmente viene proclamata, da Francesc Maciá, la repubblicana catalana, ma armonicamente inserita nel quadro di una repubblica nazionale, di una nuova Spagna federalista, che approverà una Costituzione che prevede il matrimonio civile, il divorzio, le elezioni a suffragio universale anche femminile, nonché l’espropriazione, previo indennizzo, dei grandi latifondi. A tali forze repubblicane e progressiste si contrappongono i poteri tradizionali: la monarchia, la Chiesa, l’esercito, i latifondisti. La contrapposizione è asperrima, e in questo quadro la proclamazione di uno Stato catalano autonomo, benché federato, rischia di accrescere la conflittualità nazionale, per cui Maciá, responsabilmente, accetta un accordo col governo repubblicano centrale, politicamente omogeneo, capeggiato da Manuel Azaña: la Catalogna rinuncia all’indipendenza in cambio del ripristino delle antiche autonomie. Infatti, nel 1931 rinascerà la Generalitat de Catalunya, abolita nel 1716 da Filippo V: un referendum popolare confermerà il nuovo statuto di autonomia con una maggioranza schiacciante. Intanto, gli scontri tra le due diverse e contrapposte anime della Spagna sono durissimi, con violenti eccessi su entrambi i fronti, e alle elezioni del 1933 vince una coalizione di netto stampo tradizionalista, che immediatamente cancella alcune leggi fondamentali della Costituzione precedente. In questo quadro, radicalmente mutato, il nuovo presidente della Generalitat, Lluís Companys, dopo che una legge agraria della Generalitat era stata annullata dalla Corte Costituzionale, il 6 ottobre del 1934 proclama la repubblica catalana, ma stavolta in segno di sfida al nuovo governo, che aveva ripristinato gli antichi privilegi dei latifondisti. Si tratta dunque di un fatto «politico» più che «territoriale», visto che, tra l’altro, Companys era stato ministro del precedente governo presieduto da Azaña. La repubblica durerà meno di un giorno: il leader catalano viene arrestato, insieme a tutto il suo governo, e condannato a trent’anni di carcere. (Anche Manuel Azaña, che si trovava casualmente a Barcellona, verrà arrestato). Due anni dopo, nel 1936, con l’affermazione elettorale del Frente Popular, Companys viene liberato dal nuovo governo, che elegge Azaña come presidente della repubblica spagnola. Pochi mesi dopo, la sollevazione militare capeggiata dal generale Francisco Franco precipita la Spagna nel buio di tre anni di guerra civile sanguinosissima. Poco prima dell’ingresso delle truppe franchiste a Barcellona, nel gennaio del 1939, Companys oltrepassa il confine e ripara in Francia, ma quando quest’ultima verrà occupata dalla Germania nazista, sarà catturato dalla Gestapo, nel 1940, estradato in Spagna e fucilato a Barcellona, dopo un processo a dir poco sommario.
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Uno degli intenti del nuovo regime franchista era proprio quello di estirpare il «cancro catalano», che durante la guerra civile gli aveva dato parecchio filo da torcere, e Companys era il simbolo perfetto di tale «cancro». Naturalmente il governo di Franco cancellerà ogni autonomia, abolirà l’uso ufficiale della lingua catalana, contrastandone persino l’uso privato. L’ennesima frustrazione per le aspirazioni autonomiste/indipendentiste della Catalogna.
Col ritorno alla democrazia, la Catalogna (come altre regioni) avrà uno statuto autonomo, e il catalano diventa lingua co-ufficiale nella regione. Siamo nel 1979. Negli anni successivi, sia il governo socialista di Felipe González, sia il successivo governo Aznar avranno bisogno dei voti dei catalanisti di Convèrgencia i Unió, partito centrista, per governare, e Jordi Pujol, leader indiscusso di Convèrgencia per oltre vent’anni, contratta col governo centrale autonomie sempre più ampie, che non includono la sfera economica, bensì quella culturale: per esempio, il catalano diventa l’unica lingua veicolare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le cose cambiano a partire dal 2000, perché Aznar conquista la maggioranza assoluta e non ha più bisogno dei voti del partito catalanista per governare, e a Barcellona nasce dunque l’esigenza di un nuovo statuto di autonomia, che viene elaborato dalle forze politiche catalane maggioritarie, e che contiene, tra le altre cose, una norma che prevede l’autonomia fiscale, concessa in precedenza ai Paesi Baschi e alla Navarra. Il nuovo statuto sarà votato dalla Generalitat nel 2005. L’anno successivo, opportunamente smussato dal nuovo governo centrale socialista – verrà eliminata l’autonomia fiscale – sarà approvato dal parlamento nazionale e ratificato in Catalogna, tramite referendum, con una maggioranza assai ampia, col voto contrario dei settori indipendentisti, che non hanno condiviso le modifiche apportate dal governo centrale e che rappresentano non più del 15% della società catalana. A questo punto, siamo nel 2006, inizia la battaglia contro il nuovo statuto di autonomia da parte di Rajoy e del centro-destra, all’epoca all’opposizione, appoggiato da tutti i settori tradizionali della società spagnola, dalla Chiesa all’esercito. La battaglia di Rajoy trova sponda nella Corte Costituzionale che boccia il nuovo Statuto, nel 2010, espungendone gli elementi più significativi, e cancellando persino autonomie accettate per altre comunità autonome spagnole. È il detonatore che fa esplodere la questione catalana: a Barcellona, pochi giorni dopo, scendono in piazza un milione e mezzo di cittadini che protestano contro la decisione della Consulta. Dall’anno seguente, ogni undici settembre, giorno della Diada, centinaia di migliaia di persone manifestano a sostegno dell’indipendenza, cantando l’inno catalano, Els Segadors. Fa quindi un certo effetto rivedere un concerto di Marina Rosell, popolarissima cantante catalana, che si tenne proprio l’undici settembre del 2008 al Teatro Liceu di Barcellona. Nel corso del concerto, la cantante propone una canzone che, dice testualmente, «è necessario riscattare dall’oblio». Questa canzone è proprio Els Segadors, e quando l’annuncia non c’è nessuna manifestazione di entusiasmo, eppure il teatro è gremito; solo verso la fine qualche spettatore, per lo più attempato, si alza timidamente in piedi. (Il documento è consultabile su you tube, e al di là di tutto, vale la pena ascoltare Marina Rosell). Solo tre anni dopo, la situazione è completamente diversa.
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Tutto ciò la dice lunga su come la politica di Rajoy, nel frattempo tornato al potere, sia stata una «fabbrica di indipendentismo», come ha scritto il sociologo Manuel Castells. Una «fabbrica» eretta per calcolo politico, perché, da sempre, prendere posizione contro il catalanismo, significa guadagnarsi il sostegno di tutta la Spagna tradizionalista, quella che Rajoy rappresentava, ed evidentemente la Spagna è molto più grande della Catalogna. Inoltre, palesare fermezza era un modo per spostare l’attenzione dagli scandali che si stavano addensando sul suo partito, e che di lì a poco l’avrebbero irrimediabilmente travolto.
Tornando al recente rifiorire dell’indipendentismo, esso non si fonda su questioni economiche, perché nello statuto di autonomia del 2006, approvato a larga maggioranza dai catalani, la norma che prevedeva l’autonomia fiscale non c’era già più, espunta dal governo Zapatero. Da che cosa sono stati dunque offesi molti catalani, al punto da spingerli verso l’indipendentismo? Per esempio dalla cancellazione della parola «nazione catalana», peraltro confinata nel preambolo e dunque senza alcun valore giuridico, ma soltanto simbolico. E allora il luogo comune dei catalani avari, mossi da ragioni esclusivamente economiche, mostra la corda. Un luogo comune peraltro pluri-secolare, se già Dante Alighieri, nell’VIII canto del Paradiso, associa l’avarizia alla Catalogna. («E se mio frate questo antivedesse, / l’avara povertà di Catalogna / già fuggeria»).
testo originale di    Lucio Sessa    insegnante di Storia e Filosofia presso l’Istituto “Virgilio” di Mercato S. Severino (Sa)
 
 
 

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